La salute in pillole

Fibromi uterini (miomi)

I fibromi che possono svilupparsi all’interno dell’utero (nel gergo tecnico detti “leiomiomi” o “fibromiomi” o, più semplicemente, “miomi”) sono la forma più diffusa di tumore benigno di tale organo genitale femminile. Pur non avendo affatto natura maligna (la possibilità che degeneri in maligno è, infatti, solo dello 0,1 percento), le cellule che compongono i fibromi sono di tipo neoplastico e, quindi, tumorale (similmente a quanto accade per i nei del tessuto epidermico). Anche se sono ancora in corso studi per accertarne con esattezza le cause e i fattori stimolanti, si tratta di un disturbo collegato alla produzione di ormoni durante il ciclo mestruale, tanto che, nel periodo della menopausa, gli eventuali miomi riscontrati in età fertile tendono a scomparire o a ridurre le loro dimensioni. Per quanto concerne l’aspetto esteriore dei fibromi, la loro grandezza è fortemente variabile, dato che il diametro va da pochi millimetri fino a quindici centimetri e, spesso, nella medesima paziente ne sono riscontrabili più di uno, nella medesima posizione o in zone differenti dell’utero. Sotto quest’ultimo profilo, sono utili delle precisazioni. Innanzitutto, solo un fibromioma su dieci si forma a livello del collo uterino o dell’istmo (tratto dell’ utero situato fra collo e corpo dell’ utero), mentre nella stragrande maggioranza si sviluppano nel corpo uterino. A seconda dell’esatta localizzazione, poi, si parla di fibromi “intramurali”, “sottosierosi” o “sottomucosi”. I primi sono quelli maggiormente diffusi e determinano una deformazione volumetrica dell’utero, dato che si formano solo all’interno del tessuto muscolare dell’utero. Per confermare la presenza di questa tipologia di tumore benigno è opportuno effettuare un’isteroscopia, che si vada ad aggiungere al risultato degli esami ecografici. Piuttosto comuni sono anche i miomi sottosierosi, i quali, pur avendo origine dalla parete uterina (e si definiscono “peduncolati” se sono congiunti a quest’ultima semplicemente per il tramite di un peduncolo), tendono a propendere verso l’esterno, modificando l’utero esclusivamente nelle sede di puntuale localizzazione del fibroma stesso. Decisamente più rari, invece, sono i miomi che, sempre partendo dalla parete uterina, si sviluppano in maniera preponderante verso l’interno, spingendosi sotto la mucosa dell’utero, ossia nei pressi della cavità endometriale (detti, appunto, “sottomucosi”).  Per quanto riguarda i sintomi, una grande influenza è esercitata dalle dimensioni, dalla posizione e dalla forma del fibroma. Mentre, in molti casi, la presenza di questo tipo di neoplasie non viene affatto avvertita, fenomeni di dismenorrea (dolore durante il ciclo mestruale) sono più frequenti qualora si tratti di miomi sottomucosi, soprattutto per il tentativo dell’utero di contrarsi per espellerli. D’altro canto, intensi fastidi, anche oltre il ciclo mensile, possono essere causati, ad esempio, da difficoltà o veri e propri blocchi circolatori all’interno del fibroma stesso, specialmente se di tipo peduncolato. Il dolore da compressione, invece, è spesso determinato da miomi di grandezza piuttosto notevole, specie se situati in aderenza alla vescica (con stimolo frequente all’urinazione e dolori simili a quelli tipici della cistite) o nei pressi del retto (con fastidi nella defecazione). A volte i miomi sono causa di un flusso mestruale più abbondante o di perdite sanguigne, solitamente poco consistenti, anche tra un ciclo e un altro. Discussa, poi, è l’incidenza dei fibromi sulla fertilità femminile, mentre è certo che in diversi casi si registrano difficoltà al momento del parto e nelle fasi ad esso precedenti, anche perché in gravidanza i miomi spesso aumentano il loro volume, rispondendo all’impulso ormonale. Similmente a quanto visto per l’endometriosi, la soluzione al problema è triplice. Innanzitutto, il ginecologo può scegliere di non intervenire e tenere sotto controllo periodico più frequente la paziente (in genere ogni sei mesi): questa pare la via più opportuna in presenza di miomi medio-piccoli e asintomatici. Qualora decida di porre rimedio alla patologia, invece, il medico ha a disposizione attualmente due opzioni: quella farmacologia o quella chirurgica. La prima via consiste nella somministrazione di progestinici, danazolo o c.d. “GnRH analoghi”. L’assunzione di questi preparati, tuttavia, ha molteplici controindicazioni, tra le quali l’insorgenza di alcuni dei caratteristici sintomi della menopausa (come sbalzi di umore e vampate di calore), l’aumento del rischio di osteoporosi e, soprattutto, l’elevata possibilità che, al termine della cura, si formino di nuovo i miomi. Alla terapia medica, pertanto, spesso è preferita quella chirurgica, la quale viene eseguita, in genere, per via isteroscopica (se si tratta di miomi con diametro non superiore ai quattro centimetri, situati nella cavità uterina) o laparoscopica e, solo in casi più gravi, per grandezza significativa o localizzazione impervia da raggiungere, attraverso una laparotomia, ossia con lacerazione della cavità addominale (come avveniva quasi sempre in passato). Fortunatamente oggi è assai raro che, a seguito di complicazioni operatorie, si debba ricorrere all’asportazione dell’intero utero (con tutte le conseguenze che ne derivano, tra cui la drastica esclusione della possibilità di portare avanti una gravidanza), mentre capita con una frequenza non trascurabile che l’intervento lasci come postumi operatori delle aderenze e delle cicatrici, le quali possono ostacolare un futuro parto, specie se non è trascorso un lasso di tempo sufficiente tra l’intervento e la fecondazione dell’uovo (è bene lasciar passare almeno sei-sette mesi, ma è bene che sia il ginecologo a pronunciarsi sul punto).


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