La salute in pillole

CERVELLO: C'È EMPATIA TRA I MUSICISTI IN CONCERTO

   
diventa fan
19 gen. (Valentina Coppola)
Uno studio italiano ha recentemente consentito di ampliare le nostre conoscenze in merito al funzionamento del cervello. La ricerca, infatti, ha messo in luce la presenza di un rapporto empatico tra i musicisti impegnati in un concerto evidenziando come, durante la performance musicale, essi tendano a entrare in comunicazione empatica nel tentativo di leggere emozioni e stati d'animo. L'interessante scoperta scientifica, in particolare, è stata pubblicata su due riviste del settore, Cortex e NeuroImage, ed è stata svolta dai ricercatori dell'Irccs San Raffaele Pisana e da quelli dell'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Lo studio svolto ha dimostrato come, in realtà, un concerto musicale sia il risultato non solo della competenza dei musicisti, ma anche dell'armonizzazione dei loro cervelli ottenuta attraverso l'attivazione naturale di alcune aree cerebrali site in corrispondenza della regione frontale e legate al sistema dei “neuroni specchio”. La ricerca che ha consentito di ottenere tale risultato, inoltre, è stata svolta su un gruppo di musicisti impegnati in un concerto: grazie a strumentazioni di ultima generazione, in particolare, i ricercatori sono riusciti a registrare simultaneamente l'attività cerebrale dei musicisti. Analizzando i dati ottenuti, gli studiosi hanno osservato che in alcuni musicisti, durante il concerto, si determina l'attivazione delle precedenti aree cerebrali, segno di una maggiore attività empatica. I risultati ottenuti, come evidenziato nella news diffusa dal San Raffaele, sembrano mettere quindi in risalto la presenza di un rapporto tra l'attività di suonare in concerto e la comunicazione empatica di emozioni e stati d'animo. “Lo studio sui cervelli in concerto”, spiega Claudio Babiloni, ricercatore dell'Irccs San Raffaele Pisana, “rappresenta per noi il punto di partenza per per analizzare l’attività cerebrale di gravi disturbi della coscienza e della comunicazione verbale e non verbale durante interazioni sociali di gruppo. Il nostro obiettivo finale è riuscire a comprendere meglio le basi neurologiche di questi disturbi così da poter sviluppare gli interventi terapeutici e riabilitativi più efficaci”.




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