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Fratture ossee

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Fratture ossee


La frattura ossea è un’interruzione della normale continuità di uno o più ossa che compongono l’apparato scheletrico.
Numerose sono le distinzioni che sono tradizionalmente operate in medicina; tra queste, ricordiamo, in merito all’origine della frattura, la classificazione in “traumatiche”, “patologiche” e “da fatica” (anche dette “da durata”).
Nel primo caso, lo spezzarsi del segmento scheletrico del tutto integro e in salute è conseguenza diretta di un solo grave evento traumatico (es. incidente stradale o caduta), mentre nel secondo caso un trauma di entità ridotta è in grado di cagionare l’interruzione di cui trattasi solo perché l’osso era o era stato già affetto da una manifestazione patologica, frequentemente a causa di precedenti traumi o di una fragilità connessa a una diffusa demineralizzazione (si pensi a osteoporosi o tumori).
Si parla di frattura “da fatica”, invece, quando la malattia è il risultato di una serie di traumi di lieve o lievissima intensità, ma assai frequenti e ripetuti nel tempo.
Altra distinzione utile a comprendere meglio la problematica è quella che contrappone, da un lato, le fratture composte, caratterizzate dall’assenza di spostamenti ossei (nel migliore dei casi, si tratta semplicemente di una lesione della corticale) e, dall’altro lato, le fratture scomposte, solitamente di maggiore gravità, riscontrabili ogni qual volta uno o più monconi o frammenti ossei migrano in una zona diversa da quella dove erano originariamente situati.
Altro segno di allarme, poi, è rappresentato dall’eventuale fuoriuscita dell’osso, attraverso una lacerazione dei tessuti, anche perché il contatto con l’esterno è fonte di potenziali infezioni (come artriti), soprattutto di origine batterica: in proposito si parla di fratture “esposte” o “aperte”.
Per quanto riguarda i rimedi alla problematica de quo, essa è strettamente dipendente dal tipo di frattura.
Qualora non sia né scomposta né esposta, di regola (salvo la preesistenza o l’insorgenza di malattie degenerative dell’osso o simili patologie in grado di rallentare la guarigione), è sufficiente che le estremità delle ossa fratturate siano poste, da personale specializzato, in stretta aderenza tra loro e mantenute in tale posizione grazie a un’adeguata ingessatura dell’arto leso (c.d. “terapia conservativa”).
Si assiste, così, alla fisiologica consolidazione dell’osso mediante la costituzione spontanea del c.d. “callo osseo”, previa formazione di nuovo tessuto osseo.
La durata del periodo di ristrutturazione dell’osso colpito dipende, in primis, dal tipo di osso; nella maggior parte dei casi, salve le ipotesi di altre patologie, la frattura guarisce in virtù di una immobilizzazione assicurata da una gessatura, che deve essere né troppo lassa (anche dopo la fine del tipico gonfiore iniziale dell’arto), né troppo stretta (per scongiurare pericolose costrizioni dei nervi e/o dei vasi sanguigni).
La calcificazione avviene nell’arco di una trentina di giorni, qualora l’osso sia di lunghezza ridotta, mentre, per il recupero completo nelle ossa lunghe degli arti (come il femore nella gamba), si arriva a un tempo medio compreso tra i tre e i sei mesi.
Al fine di evitare problemi circolatori, anche di gravissima entità (in particolare trombosi e perfino embolie), è opportuna la prescrizione di farmaci idonei ad assicurare una corretta circolazione sanguigna.
In presenza di fratture scomposte e/o esposte, sarà necessario, prima di tutto, eliminare le eventuali infezioni in corso e riportare i frammenti ossei nella loro posizione fisiologica e naturale, mediante apposite manovre ortopediche o, se del caso, attraverso interventi chirurgici, da eseguirsi in modo tempestivo, anche per evitare che i frammenti ossei compiano migrazioni pericolose verso i tessuti molli circostanti.
Se durante la fase di “granulazione”, che conduce alla corretta formazione del callo osseo, l’immobilizzazione non è garantita come dovrebbe, i monconi dell’osso si spostano (magari quale conseguenza di un’ingessatura troppo lassa) e le due estremità dell'osso verranno congiunte da un tessuto fibroso, detto “anchilosi fibrosa”; quest’ultima genera una grave instabilità ed è può essere concausa di recidive.
A prescindere dalla motivazione, comunque, qualora la frattura si presenti instabile, sarà indispensabile procedere con la c.d. “osteosintesi” o con la trazione ininterrotta dell’arto, attraverso un sistema di pesi e pulegge (la tipica “gamba appesa” che sovente si vede nel reparto di ortopedia).
L’osteosintesi è una metodologia più innovativa che permette di accelerare notevolmente il periodo di recupero delle funzionalità e diminuire la durata della fase riabilitativa Essa consiste, in genere, nella congiunzione dei monconi ossei, a seconda del tipo di frattura e della localizzazione della stessa, con una protesi, con un chiodo, con un fissatore esterno o con una placca di materiale metallico, introdotti tramite intervento chirurgico.
La tecnica dell’osteosintesi è utilizzata spesso per una delle fratture più frequenti: quella del femore.
Qualora il soggetto sia ancora giovane, la frattura riguarda solitamente la parte inferiore del femore e deriva da incidenti ad alto grado d’impatto (non di rado si riscontra negli sciatori).
Negli anziani tale patologia interessa più spesso la parte superiore, detta “collo del femore”, e la caduta, magari banale, va a colpire un’ossatura generalmente già affetta da altre malattie che la rendono fragile, come l’osteoporosi.

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