La salute in pillole

Jung, la coscienza, l’inconscio e il Buddismo tantrico

di Nicolina Leone - Dopo la “separazione” brusca, dal collega Freud, Jung vive un lungo periodo di dolore emotivo che, l’abbate anche fisicamente, in questi anni, però, la sua mente non resta, inattiva, anzi, continua a elaborare, confrontare e analizzare i motivi che l’hanno allontanato dallo stimato collega, tali pensieri non possono che rafforzare le sue teorie e dargli lo stimolo per guardare avanti e continuare le sue ricerche.

La Coscienza, il risultato finale del percorso dell’inconscio, racchiuso in un campo di contenimento psichico che non concede molto spazio, il sapere derivato dal non essere che crea il “Se” e l’elevazione del semplice Se.

L’essere senziente è tale giacché cosciente di se stesso, la sublimazione del Se è ciò che porta l’uomo alla visione superiore, che esula dalle proprie necessità e guarda alla coscienza collettiva.

Considerando che il Se deriva dall’inconscio, allora è necessario affermare che esso per quanto limitato sia, è il progenitore di tutto ciò che avviene a livello psichico, è il collante fra sapere e non sapere, credere e non credere, è, in pratica il padre dell’essere, quell’essere ignaro che conserva in se i “ricordi” passati, ancestrali, elevati a forme di energia e trasmessi di vita in vita. E’ la contraddizione pura, perseguita l’uomo da sempre lasciando più dubbi che risposte.

Eppure Jung in questi dubbi ha trovato le sue soluzioni. Ponendo l’inconscio, come il vaso che conserva gli archetipi primordiali, è dal suo essere stesso che elabora le informazioni da cui attinge il “Se”, il quale a sua volta perde il controllo quando subentra “l’istinto” così forte da variare e deviare il comportamento “normale”. Ciò avviene, non solo nel singolo ma anche nel collettivo, ed è a questo punto delle sue elucubrazioni che Jung si accosta al Buddismo. In esso trova riscontro alle sue considerazioni.

Nell’intimità dell’inconscio, guida della coscienza soggettiva le razze umane non hanno alcun senso, non ci sono diversità, c’è la collettività che mette ogni essere in comunicazione con gli altri.

Un simile pensiero è il fondamento su cui nasce il buddismo tibetano, la forza della mente è tale, che se non condizionata diventa l’esplicazione della coscienza, la quale può facilmente raggiungere uno stato di verità che porta al benessere psicosomatico, l’alaya-vijnana, (il nostro inconscio), è chiaro-scuro, bene-male-  egoismo-altruismo, la dualità di ogni sentimento ed emozione.

Secondo il tantra buddista la coscienza si sviluppo in forme diverse: tatto, udito, olfatto, vista, gusto e mente che derivano e dipendono dalla coscienza primordiale, l’alaya-vijnana.

Le due correnti s’incontrano e si abbracciano, Jung è entusiasta, il fine ultimo è lo stesso, anche se i percorsi variano, ma lo scopo è raggiungere l’illuminazione, la consapevolezza che ogni singolo essere umano porta in se, non solo se stesso ma, anche gli altri, la mente non è soggetta ai limiti spazio-temporali imposti da regole ridicole create dall’uomo stesso, ma ha il potere di interagire nel tempo e nello spazio se scevra da impedimenti esterni.

L’applicazione della terapia junghiana, ha, quindi, lo scopo di ridare al soggetto in difficoltà, la possibilità di rientrare in contatto con il suo "Se" e ritrovare l’equilibrio smarrito.

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