Implantologia dentale: impianti, requisiti e durata
I denti si possono perdere per molte ragioni: una carie trascurata, un trauma, una frattura radicolare, e soprattutto la parodontite, che è la prima causa di perdita dentale nell'adulto. L'implantologia è la branca dell'odontoiatria che si occupa di sostituire gli elementi mancanti inserendo nell'osso mascellare radici artificiali sulle quali applicare corone o protesi.
È una soluzione efficace e ormai consolidata, con risultati documentati a distanza di molti anni. Non è però una soluzione universale né definitiva nel senso di "e poi non ci si pensa più": ha requisiti precisi, controindicazioni reali e richiede una manutenzione per tutta la vita. Vale la pena affrontarla con aspettative realistiche.
Che cos'è un impianto dentale
Un impianto è una vite, di norma in titanio o in leghe di titanio, che viene inserita chirurgicamente nell'osso della mascella o della mandibola e svolge la funzione della radice del dente perduto. Sopra di essa si avvita un componente intermedio, il moncone o abutment, sul quale si applica infine la parte visibile: una corona singola, un ponte oppure una protesi completa.
Il titanio viene utilizzato perché è ben tollerato dai tessuti e perché l'osso vi si lega direttamente. In alcuni casi si impiegano impianti in zirconia, una ceramica ad alta resistenza. Va detto che nessun materiale azzera in assoluto il rischio di reazioni individuali: le intolleranze al titanio sono molto rare, ma parlare di impossibilità assoluta di reazioni sarebbe inesatto.
L'osteointegrazione
Il meccanismo su cui si regge tutto si chiama osteointegrazione: nei mesi successivi all'inserimento, le cellule ossee crescono a diretto contatto con la superficie dell'impianto e lo bloccano stabilmente. Le superfici degli impianti moderni sono trattate proprio per favorire questo processo.
L'osteointegrazione richiede tempo, in genere da due a sei mesi a seconda della sede, della qualità dell'osso e della tecnica utilizzata. Non è garantita: in una percentuale contenuta di casi non avviene, l'impianto non si stabilizza e va rimosso, con la possibilità in genere di riprovare dopo la guarigione.
Chi può sottoporsi a un impianto
Le condizioni da verificare prima di procedere sono essenzialmente tre.
- Osso sufficiente per altezza, spessore e qualità. Dopo la perdita di un dente l'osso tende a riassorbirsi, tanto più quanto più tempo passa. Se manca volume si può ricorrere a tecniche di rigenerazione ossea, a innesti o, nei settori posteriori superiori, al rialzo del seno mascellare: sono procedure aggiuntive che allungano i tempi.
- Bocca sana. Gengive infiammate, tartaro, carie non trattate o una parodontite in corso vanno risolti prima. Inserire impianti in una bocca infiammata significa preparare il terreno al loro fallimento.
- Crescita ossea completata, motivo per cui in età adolescenziale si attende la fine dello sviluppo. Non esiste invece un limite superiore di età: conta lo stato di salute, non l'anagrafe.
Il percorso comincia sempre con una valutazione approfondita: anamnesi ed elenco dei farmaci assunti, esame clinico del cavo orale, radiografie endorali e panoramica, e nella maggior parte dei casi una TAC cone beam, che consente di misurare l'osso in tre dimensioni e di pianificare la posizione degli impianti. Possono essere richiesti esami del sangue.
Le controindicazioni
Le controindicazioni assolute sono poche e riguardano soprattutto condizioni generali gravi o instabili: alcune malattie sistemiche non compensate, patologie che compromettono seriamente la guarigione, radioterapia recente sui mascellari, terapie con determinati farmaci che agiscono sul metabolismo osseo, come i bifosfonati per via endovenosa e i farmaci antiriassorbitivi usati in oncologia, per il rischio di osteonecrosi delle ossa mascellari.
Molto più numerose sono le controindicazioni relative, cioè le situazioni che non escludono l'intervento ma richiedono cautela, preparazione o rinvio: diabete non ben controllato, osteoporosi in trattamento farmacologico, terapie anticoagulanti o antiaggreganti, immunosoppressione, gravidanza, che semplicemente sconsiglia di programmare interventi elettivi, e la parodontite non stabilizzata.
Alcune indicazioni che circolavano in passato vanno ridimensionate. Il diabete, se ben compensato, non impedisce l'implantologia; l'osteoporosi di per sé non è una controindicazione, mentre lo sono alcuni farmaci usati per trattarla in determinati regimi; l'età avanzata non è un criterio di esclusione. La valutazione è sempre individuale: quello che conta è che il dentista conosca l'elenco completo dei farmaci assunti e la storia clinica del paziente.
Il fumo
Merita un paragrafo a sé perché è il fattore modificabile più rilevante. Il fumo peggiora nettamente la prognosi degli impianti: riduce la vascolarizzazione dei tessuti, rallenta la guarigione, aumenta il rischio che l'osteointegrazione non avvenga e soprattutto aumenta l'incidenza di perimplantite negli anni successivi. Nessun chirurgo può compensare questo effetto con la tecnica. Smettere, o quanto meno sospendere nelle settimane attorno all'intervento, cambia concretamente le probabilità di successo.
Come si svolge l'intervento
L'inserimento dell'impianto si esegue in anestesia locale, in ambulatorio, con protocolli di sterilità chirurgica. Il dentista prepara nell'osso un alloggiamento delle dimensioni calcolate e vi avvita l'impianto. La durata dipende dal numero di impianti e dalla necessità di procedure aggiuntive.
Si distinguono due approcci principali:
- Carico differito: l'impianto viene lasciato guarire alcuni mesi prima di applicare la protesi definitiva. Nel frattempo si utilizza una soluzione provvisoria. È l'approccio più prudente e il più documentato.
- Carico immediato: sull'impianto appena inserito si applica subito una protesi provvisoria. Richiede condizioni favorevoli, in particolare una buona stabilità primaria dell'impianto e un osso di qualità adeguata, e non è applicabile a tutti i casi.
Quando manca l'intera arcata è possibile ancorare una protesi fissa completa su un numero ridotto di impianti, tipicamente quattro o sei, sfruttando le zone in cui l'osso è più abbondante e inclinando gli impianti posteriori. È una soluzione utile, ma anch'essa condizionata dai requisiti visti sopra.
Il decorso post operatorio
Nei giorni successivi sono normali gonfiore, un po' di dolore e talvolta un lieve ematoma, in misura proporzionale all'entità dell'intervento. Il dentista fornisce indicazioni precise su terapia antidolorifica, eventuale copertura antibiotica, alimentazione, applicazione del freddo e igiene della zona operata: sono prescrizioni personalizzate e vanno seguite alla lettera, senza iniziative autonome.
Nella maggior parte dei casi vengono applicati punti di sutura, rimossi in genere dopo una o due settimane, e sono previsti controlli programmati. È bene diffidare della rappresentazione dell'implantologia come procedura sempre indolore e priva di decorso: è un intervento chirurgico, in genere ben tollerato, ma pur sempre un intervento.
La perimplantite e la manutenzione
Questo è il punto più sottovalutato. Un impianto non si caria, ma non è immune dalle malattie dei tessuti che lo circondano. Se la placca si accumula attorno al collo dell'impianto, la mucosa si infiamma: si parla di mucosite perimplantare, condizione ancora reversibile. Se l'infiammazione prosegue e coinvolge l'osso, si arriva alla perimplantite, che provoca un riassorbimento osseo progressivo e può portare alla perdita dell'impianto.
È sostanzialmente lo stesso meccanismo della parodontite, con un'aggravante: attorno a un impianto la progressione può essere più rapida e il trattamento è più difficile. Chi ha già avuto una parodontite è il soggetto più a rischio, e per questo la malattia va stabilizzata prima e controllata dopo.
La manutenzione richiede quindi impegno costante: spazzolamento due volte al giorno con dentifricio al fluoro per i denti naturali residui, pulizia quotidiana attorno agli impianti con filo o scovolini della misura indicata dall'igienista, e sedute di igiene professionale periodiche, spesso più ravvicinate del consueto. Anche qui il collutorio è al massimo un ausilio e non sostituisce lo spazzolamento. Sono utili inoltre i controlli radiografici a distanza e, dove il dentista lo ritenga necessario, una protezione notturna per chi digrigna i denti.
Aspettative realistiche
Gli impianti dentali hanno percentuali di successo elevate e restituiscono una funzione masticatoria che nessun'altra soluzione riproduce altrettanto bene. Ma non sono denti naturali e non sono per sempre: la loro durata dipende dallo stato dell'osso, dall'abitudine al fumo, dal controllo delle malattie generali, dalla qualità della protesi e soprattutto dall'igiene mantenuta negli anni. Anche la parte protesica può usurarsi e richiedere sostituzioni o riparazioni nel tempo.
Conservare i denti che si hanno resta comunque la strada migliore. Prevenire con l'igiene quotidiana e i controlli regolari costa molto meno, in tutti i sensi, che sostituire ciò che si è perso.
Quando rivolgersi al dentista
È opportuno chiedere una valutazione quando manca uno o più denti, anche se la cosa non dà fastidio, perché con il tempo l'osso si riassorbe e i denti vicini si inclinano nello spazio vuoto, rendendo più complessa qualsiasi soluzione futura. Chi ha già impianti dovrebbe invece farsi controllare subito se la gengiva attorno a un impianto sanguina, si gonfia, si ritira o se compare anche una minima mobilità: presa in tempo, la mucosite si risolve; la perimplantite conclamata molto meno facilmente.
Autore: Nicolina LeoneLe informazioni contenute in questa guida hanno finalità divulgativa e non sostituiscono il parere del medico. Per la diagnosi e la terapia rivolgiti al tuo dentista o al tuo igienista dentale.
