Fratture ossee: tipi, cure e tempi di guarigione
La frattura ossea è l'interruzione della normale continuità di un osso. Può riguardare qualsiasi segmento dello scheletro e assumere aspetti molto diversi fra loro, dalla semplice incrinatura che si vede a fatica in radiografia alla rottura in più frammenti con lesione della pelle e dei tessuti circostanti. Capire di che tipo di frattura si tratta è il primo passo, perché da questo dipendono la cura, i tempi di guarigione e il rischio di complicazioni.
Come si riconosce una frattura
Dopo un trauma fanno sospettare una frattura il dolore intenso e localizzato, che peggiora al minimo movimento o alla pressione in un punto preciso, il gonfiore rapido con comparsa di ematoma, l'impossibilità di usare l'arto o di appoggiarvi il peso e, nei casi più evidenti, una deformità visibile o un accorciamento del segmento colpito. In alcune fratture, però, i segni sono sfumati: le incrinature composte e le fratture da stress possono presentarsi solo con un dolore che non passa.
La conferma arriva dalla radiografia, che si esegue sempre in almeno due proiezioni. Quando il sospetto clinico resta alto ma la lastra è negativa, come accade tipicamente nelle fratture da stress, nelle fratture dello scafoide del polso e in alcune fratture vertebrali o del bacino, si ricorre alla TC o alla risonanza magnetica, oppure si ripete la radiografia a distanza di una o due settimane.
I tipi di frattura
La distinzione più utile per il paziente è quella basata sulla posizione dei frammenti:
- frattura composta: i monconi ossei sono rimasti allineati nella loro posizione naturale. È la situazione più favorevole e nella maggior parte dei casi si tratta senza chirurgia;
- frattura scomposta: uno o più frammenti si sono spostati rispetto alla sede originaria, con angolazione, rotazione o accorciamento. Va riportata in asse, con manovre esterne o con un intervento, altrimenti l'osso consolida in posizione sbagliata.
Altrettanto importante è sapere se la pelle è integra:
- frattura chiusa: la cute sovrastante non presenta ferite;
- frattura esposta (o aperta): il focolaio di frattura comunica con l'esterno attraverso una lacerazione dei tessuti, e talvolta l'osso è visibile. È un'urgenza chirurgica, perché il contatto con l'ambiente espone al rischio di infezione dell'osso, cioè di osteomielite, che è una delle complicazioni più temute e difficili da trattare.
Guardando invece alla causa si distinguono:
- le fratture traumatiche, in cui un osso sano si rompe per un evento violento: incidente stradale, caduta dall'alto, trauma sportivo;
- le fratture da fragilità, in cui un osso già indebolito cede per un trauma di lieve entità, tipicamente una caduta dalla propria altezza. La causa più frequente è l'osteoporosi; più raramente si tratta di lesioni tumorali o di altre malattie dell'osso, e in questo caso si parla di fratture patologiche;
- le fratture da stress (o da durata), che non nascono da un singolo trauma ma dall'accumulo di microlesioni prodotte da sollecitazioni ripetute. Sono tipiche di chi aumenta bruscamente i carichi di allenamento, dei corridori e delle reclute militari, e colpiscono soprattutto metatarsi, tibia e collo del femore. Il sintomo è un dolore che compare durante l'attività, all'inizio solo alla fine dello sforzo e poi sempre più precocemente.
Esistono infine altre classificazioni tecniche, in base alla linea di frattura (trasversale, obliqua, spiroide), al numero dei frammenti (pluriframmentaria o comminuta) e all'interessamento della superficie articolare, che l'ortopedico usa per scegliere il trattamento.
Che cosa fare in attesa dei soccorsi
Di fronte a una sospetta frattura, le cose da non fare sono più importanti di quelle da fare:
- non muovere l'arto e non far camminare o alzare la persona;
- non tentare di raddrizzare l'arto deformato e non spingere dentro l'osso che sporge: si rischia di danneggiare nervi e vasi sanguigni;
- non togliere scarpe, caschi o indumenti a strappo;
- non dare da bere né da mangiare, perché potrebbe rendersi necessario un intervento in anestesia.
Nell'attesa è utile immobilizzare la parte lasciandola nella posizione in cui si trova, sostenendola con cuscini o coperte arrotolate, coprire la persona per evitare che si raffreddi, applicare ghiaccio avvolto in un panno senza premere e, in caso di ferita, coprirla con una garza pulita senza rimuovere eventuali corpi estranei.
Chiama il 112 senza esitare quando c'è una deformità evidente dell'arto, quando l'osso è esposto o la ferita sanguina abbondantemente, quando si sospetta una lesione della colonna vertebrale o del bacino (in questi casi la persona non va assolutamente spostata), se l'arto è freddo, pallido o insensibile, se la persona ha perso conoscenza o se il trauma è stato ad alta energia. Per traumi minori con sospetta frattura di un dito, del polso o della caviglia, ci si può recare al pronto soccorso con mezzi propri, immobilizzando la parte.
Il trattamento: gesso o intervento
Nelle fratture composte e chiuse il trattamento è in genere conservativo: i capi ossei, già allineati, vengono mantenuti in posizione da un apparecchio gessato o da un tutore rigido. Il gesso non deve essere né troppo stretto, per non comprimere nervi e vasi, né troppo lasco, perché quando il gonfiore iniziale si riduce l'immobilizzazione potrebbe diventare insufficiente e i frammenti spostarsi. Vanno segnalati subito al medico dolore ingravescente sotto il gesso, formicolii, dita fredde, pallide o bluastre.
Quando la frattura è scomposta, instabile o interessa una superficie articolare, occorre ripristinare l'anatomia. Si può tentare una riduzione incruenta, cioè con manovre esterne eseguite da personale esperto, seguita da immobilizzazione; nella maggior parte dei casi, però, si ricorre all'osteosintesi, l'intervento chirurgico con cui i frammenti vengono riallineati e stabilizzati con placche e viti, chiodi endomidollari, fili metallici o fissatori esterni. Il vantaggio principale dell'osteosintesi è la stabilità immediata, che consente di iniziare presto la mobilizzazione e accorcia la riabilitazione; la trazione continua con pesi e carrucole, un tempo molto diffusa, oggi si usa quasi solo come soluzione temporanea in attesa dell'intervento.
Le fratture esposte richiedono un trattamento urgente in sala operatoria, con pulizia accurata della ferita, rimozione dei tessuti non vitali, stabilizzazione dell'osso, profilassi antibiotica e verifica della copertura antitetanica.
In tutti i pazienti immobilizzati, in particolare quando è interessato un arto inferiore, il medico valuta la necessità di una profilassi antitrombotica con farmaci anticoagulanti, per ridurre il rischio di trombosi venosa profonda ed embolia polmonare. Anche in questo caso, la scelta e la durata sono decisioni cliniche e non si prestano a indicazioni generiche.
Come guarisce l'osso e in quanto tempo
L'osso è uno dei pochi tessuti dell'organismo capaci di ripararsi ricostituendo tessuto identico all'originale. Dopo la frattura si forma un ematoma nel focolaio, poi un tessuto di granulazione, quindi un callo osseo dapprima molle e via via più resistente, che infine viene rimodellato secondo le linee di carico.
I tempi variano molto in base all'osso interessato, all'età e alle condizioni generali. Per orientarsi: le fratture delle ossa piccole, per esempio delle dita, consolidano in circa tre-quattro settimane; il polso richiede in genere sei settimane di immobilizzazione; le ossa lunghe degli arti, come femore e tibia, impiegano tre-sei mesi per il recupero completo. La consolidazione radiografica, però, è solo una parte del percorso: il ritorno alla piena funzione richiede quasi sempre un periodo di riabilitazione, perché l'immobilità provoca rigidità articolare e perdita di massa muscolare che vanno recuperate gradualmente.
Rallentano la guarigione il fumo, il diabete mal controllato, la malnutrizione, l'abuso di alcol, l'età avanzata e le malattie che riducono l'apporto di sangue all'osso.
Le complicazioni possibili
- Consolidazione viziosa: l'osso guarisce ma in posizione scorretta, con deviazione dell'asse o accorciamento, e può lasciare limitazioni funzionali o predisporre all'artrosi.
- Ritardo di consolidazione e pseudoartrosi: se l'immobilizzazione è insufficiente o l'apporto di sangue è scarso, il callo osseo non si forma e i monconi restano uniti da tessuto fibroso, dando origine a una falsa articolazione instabile e dolorosa che richiede un nuovo intervento.
- Infezione, soprattutto nelle fratture esposte e dopo interventi.
- Lesioni di nervi e vasi e sindrome compartimentale, un'emergenza in cui l'aumento di pressione all'interno di un compartimento muscolare compromette la circolazione: si manifesta con dolore sproporzionato e resistente agli antidolorifici.
- Rigidità articolare e sindrome dolorosa regionale complessa, con dolore, gonfiore e alterazioni della pelle nella zona colpita.
La frattura del femore, un caso a parte
È la frattura con il maggiore impatto sulla salute pubblica. Nel giovane interessa più spesso la diafisi o la porzione distale e deriva da traumi ad alta energia, come gli incidenti stradali o quelli sugli sci.
Nell'anziano riguarda tipicamente la parte prossimale, il collo del femore o la regione trocanterica, e avviene per una caduta anche banale su un osso già indebolito dall'osteoporosi. Non è un incidente come un altro: comporta quasi sempre un intervento chirurgico, che va eseguito il più precocemente possibile, un periodo di immobilità con rischio di trombosi, infezioni respiratorie e piaghe da decubito, e in una quota importante di pazienti una perdita definitiva di autonomia. La conclusione pratica è una sola: questa frattura va prevenuta, curando l'osteoporosi quando c'è e riducendo il rischio di cadere in casa. Chi ha già avuto una frattura da trauma lieve dovrebbe sempre far valutare la propria salute ossea, perché il rischio di una seconda frattura è alto.
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Le informazioni contenute in questa guida hanno finalità divulgativa e non sostituiscono il parere del medico. Per la diagnosi e la terapia rivolgiti al tuo medico curante o a un ortopedico.
