Osteoporosi: sintomi, diagnosi e prevenzione

L'osteoporosi è una malattia dello scheletro caratterizzata dalla riduzione della massa ossea e dal deterioramento della microarchitettura del tessuto osseo. Il risultato è un osso più fragile, che si rompe per traumi che un osso normale sopporterebbe senza conseguenze. Non è quindi una condizione "estetica" o un normale accidente dell'età: è una malattia, e come tale si può diagnosticare, prevenire e curare.

È molto diffusa dopo i cinquant'anni e colpisce soprattutto le donne dopo la menopausa, perché la caduta degli estrogeni accelera notevolmente la perdita di osso nei primi anni successivi all'ultima mestruazione. Gli uomini non ne sono esenti: nella popolazione anziana maschile l'osteoporosi è largamente sottodiagnosticata e le fratture che ne derivano hanno spesso conseguenze più serie.

Una malattia silenziosa fino alla frattura

Questo è il punto centrale da capire: l'osteoporosi non fa male. La perdita di massa ossea, di per sé, non provoca alcun sintomo. Non esiste un dolore alle ossa che avverta che si sta diventando fragili, e attribuire all'osteoporosi i comuni dolori alla schiena o alle articolazioni è quasi sempre un errore, che finisce per far trascurare la vera causa del disturbo.

La malattia resta invisibile finché non si manifesta con il suo unico vero sintomo: la frattura. Per questo la diagnosi non si aspetta, si cerca. Alcuni segni indiretti possono però mettere in allarme:

  • una riduzione della statura di tre o più centimetri rispetto all'altezza da giovane adulto;
  • l'accentuarsi della curva dorsale, la cosiddetta "gobba", con pieghe cutanee trasversali ai fianchi;
  • un dolore dorsale o lombare comparso all'improvviso dopo uno sforzo banale, un colpo di tosse o un movimento maldestro, che può segnalare un crollo vertebrale;
  • una frattura avvenuta per una caduta dalla propria altezza o per un trauma di lieve entità.

I fattori di rischio

Alcuni non si possono modificare: l'età avanzata, il sesso femminile, la menopausa precoce, la magrezza marcata, la familiarità per frattura di femore, l'origine etnica. Altri sì: il fumo, l'eccesso di alcol, la sedentarietà, una dieta povera di calcio, la carenza di vitamina D.

Esistono poi forme secondarie, dovute ad altre malattie o a farmaci: uso prolungato di cortisonici, ipertiroidismo e iperparatiroidismo, malattie infiammatorie croniche intestinali, celiachia, artrite reumatoide, insufficienza renale cronica, terapie ormonali per alcuni tumori. In questi casi la prevenzione va impostata fin dall'inizio, insieme alla malattia di base.

La diagnosi: la densitometria (MOC)

L'esame di riferimento è la densitometria ossea, comunemente chiamata MOC (mineralometria ossea computerizzata). La tecnica standard è la DEXA, che misura la densità minerale a livello della colonna lombare e del femore: è rapida, indolore e comporta una dose di radiazioni molto bassa. Le tecniche a ultrasuoni eseguite su calcagno o falangi sono utili come primo orientamento in ambito di screening, ma non sostituiscono la DEXA per la diagnosi e per il monitoraggio della terapia.

Il risultato viene espresso come T-score, cioè lo scostamento dalla densità media di un giovane adulto sano. Convenzionalmente si parla di osteoporosi sotto un certo valore soglia e di osteopenia per valori intermedi. Qui serve però una precisazione fondamentale: il numero da solo non decide nulla. Il rischio reale di rompersi un osso dipende dal contesto complessivo, cioè dall'età, dal peso, dalle fratture già avvenute, dalla familiarità, dall'uso di cortisone, dal fumo, dall'alcol, dalla presenza di malattie che favoriscono le cadute. Esistono algoritmi validati che combinano questi elementi e stimano la probabilità di frattura nei dieci anni successivi: sono questi, e non il solo valore densitometrico, a guidare la decisione di iniziare una terapia. Una persona anziana con un T-score borderline ma con una vertebra già crollata rischia molto più di una cinquantenne con lo stesso valore e nessun altro fattore.

La MOC non va quindi richiesta a tutti indiscriminatamente, ma nelle persone con fattori di rischio, dopo una frattura da trauma lieve e nelle situazioni in cui il risultato può cambiare le decisioni. Il medico può completare la valutazione con esami del sangue e delle urine per escludere forme secondarie e con una radiografia della colonna se sospetta crolli vertebrali.

Le fratture da fragilità

Si chiamano fratture da fragilità quelle che avvengono spontaneamente o per un trauma a bassa energia, tipicamente una caduta dalla posizione eretta. Le sedi più caratteristiche sono tre:

  • il polso (frattura dell'estremità distale del radio), spesso la prima in ordine di tempo, tipica della donna intorno ai sessant'anni che cade in avanti e appoggia la mano;
  • le vertebre, che possono crollare anche senza una vera caduta e talvolta senza dolore acuto, manifestandosi solo con la perdita di statura e l'accentuazione della curva dorsale;
  • il femore, in particolare il collo del femore e la regione trocanterica, tipica dell'età più avanzata.

La frattura di femore nell'anziano non è un incidente qualsiasi: è un evento serio, che comporta un intervento chirurgico, un periodo di immobilità con i rischi che ne derivano e, in una quota rilevante di casi, una perdita permanente di autonomia. Per questo l'obiettivo di tutta la gestione dell'osteoporosi è prevenirla. Va aggiunto che una frattura da fragilità ne annuncia altre: chi ne ha già avuta una ha un rischio nettamente aumentato di subirne una seconda, spesso nei mesi immediatamente successivi. Dopo una frattura da trauma lieve, quindi, non basta curare l'osso rotto: va valutata e trattata l'osteoporosi che l'ha resa possibile. È il passaggio che nella pratica viene dimenticato più spesso. Per approfondire, vedi la guida sulle fratture ossee.

La prevenzione: calcio, vitamina D e movimento

La base su cui poggia tutto il resto, compresa l'efficacia dei farmaci, è un apporto adeguato di calcio e di vitamina D.

Il calcio si assume preferibilmente con la dieta: latte e derivati, in particolare i formaggi stagionati, ma anche pesce azzurro consumato con le lische come alici e sardine, mandorle, legumi, cavoli e broccoli, e alcune acque minerali definite calciche. Gli integratori servono quando con l'alimentazione non si arriva a un apporto sufficiente, e vanno assunti su indicazione medica.

La vitamina D è indispensabile per assorbire il calcio e si produce nella pelle grazie all'esposizione al sole; negli anziani, in chi esce poco di casa e alle nostre latitudini nei mesi invernali la carenza è molto frequente, ed è una delle situazioni in cui la supplementazione è realmente utile. Dosi e modalità le stabilisce il medico.

Conta poi il movimento contro gravità: l'osso si rinforza quando è sollecitato. Sono particolarmente efficaci il cammino a passo sostenuto, salire le scale, gli esercizi di rinforzo muscolare con carico e, nelle persone che possono, attività con piccoli impatti controllati. Il nuoto fa benissimo alla salute generale ma, avvenendo in scarico, è poco efficace nello stimolare la mineralizzazione ossea. Al programma va sempre affiancato l'allenamento dell'equilibrio, perché il modo migliore di non fratturarsi è non cadere. Completano il quadro l'abolizione del fumo e la moderazione con gli alcolici.

Le terapie farmacologiche

Quando il rischio di frattura è elevato, calcio, vitamina D ed esercizio non bastano e occorre una terapia specifica. Le principali classi di farmaci, tutte da prescrivere e monitorare da parte del medico, sono:

  • i bifosfonati, i più usati, che rallentano il riassorbimento dell'osso e sono disponibili per bocca o per via endovenosa;
  • gli anticorpi monoclonali anti-RANKL, somministrati per iniezione sottocutanea a intervalli prestabiliti, per i quali è particolarmente importante non interrompere la terapia di propria iniziativa;
  • i farmaci anabolici, cioè quelli che stimolano la formazione di nuovo osso, riservati alle forme più gravi o a chi si frattura nonostante il trattamento;
  • i modulatori selettivi dei recettori estrogenici (SERM), indicati in situazioni specifiche nella donna in postmenopausa.

La terapia ormonale sostitutiva, un tempo prescritta largamente a questo scopo, oggi non è più considerata un trattamento di prima scelta per l'osteoporosi: si utilizza soprattutto quando serve controllare i disturbi della menopausa, valutando caso per caso benefici e rischi. Nessuna di queste terapie prevede qui indicazioni di dosaggio: la scelta del farmaco, la durata del trattamento e i controlli nel tempo spettano al medico.

Ridurre il rischio di cadute

Nell'anziano il rafforzamento dell'osso rende meno del previsto se non si interviene anche sulle cadute. Sono misure semplici e molto efficaci: eliminare o fissare i tappeti, illuminare bene corridoi e scale, installare maniglioni in bagno, usare calzature chiuse con suola antiscivolo ed evitare le ciabatte aperte, controllare periodicamente vista e udito, correggere l'ipotensione al cambio di posizione e far rivedere al medico l'elenco dei farmaci assunti, perché sedativi, ipnotici e alcuni antipertensivi aumentano il rischio di cadere. Anche mantenere la forza delle gambe con un'attività regolare è una vera misura antifrattura.

Sono utili, per completare il quadro, anche le guide su artrosi dell'anca e del ginocchio e scoliosi.

Le informazioni contenute in questa guida hanno finalità divulgativa e non sostituiscono il parere del medico. Per la diagnosi e la terapia rivolgiti al tuo medico curante o a un ortopedico.

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