Lesioni del menisco: sintomi, diagnosi e cure
Che cosa sono i menischi
Per permettere un movimento corretto e fluido dell'articolazione del ginocchio sono indispensabili due anelli di fibrocartilagine a sezione triangolare, chiamati menischi:
- il menisco mediale, che si trova nella parte interna del ginocchio e ha la forma di una C;
- il menisco laterale, collocato nella parte esterna e di forma quasi circolare.
Entrambi sono interposti tra il femore e la tibia, di cui migliorano l'aderenza reciproca. Funzionano come veri ammortizzatori: distribuiscono il carico su una superficie più ampia, assorbono gli urti, contribuiscono alla stabilità e alla lubrificazione dell'articolazione. Solo la loro porzione più periferica riceve sangue, mentre la parte centrale ne è priva: è un dettaglio decisivo, perché determina la capacità di una lesione di guarire e quindi la scelta della terapia.
Perché si lesionano: traumi e degenerazione
Le lesioni meniscali si dividono in due grandi famiglie, molto diverse tra loro per età, meccanismo e trattamento.
Le lesioni traumatiche colpiscono soprattutto persone giovani e attive. Nascono da una torsione del ginocchio a piede fisso al suolo, tipica del calcio, dello sci, del rugby, del basket, oppure da un accovacciamento profondo con carico. Spesso si associano a lesioni dei legamenti, in particolare del crociato anteriore.
Le lesioni degenerative compaiono invece dopo i quaranta o cinquant'anni ed è il logoramento progressivo del tessuto, e non un singolo trauma, a determinarle: il menisco si sfilaccia e si fissura anche per gesti banali, come alzarsi da una posizione accovacciata. In molti casi fanno parte del quadro più ampio dell'artrosi del ginocchio e sono estremamente comuni; vengono anzi riscontrate alla risonanza magnetica in un gran numero di persone adulte che non hanno alcun disturbo.
Sono fattori di rischio il sovrappeso, i lavori che impongono lunghe permanenze in ginocchio o accovacciati (idraulico, piastrellista, posatore di pavimenti), la pratica sportiva intensa e le alterazioni dell'asse degli arti inferiori.
Il menisco più spesso interessato è quello mediale: non perché sia più piccolo, ma perché è saldamente ancorato alla capsula e al legamento collaterale interno e quindi è molto meno mobile del laterale, che riesce a sottrarsi meglio alle sollecitazioni anomale.
I sintomi
Nella fase acuta il paziente avverte, sul versante interno o esterno del ginocchio a seconda del menisco leso:
- Dolore localizzato lungo la rima articolare, che peggiora con la flessione profonda, le torsioni, le scale e la posizione accovacciata.
- Gonfiore, dovuto al versamento di liquido sinoviale, che si sviluppa in genere nelle ore successive al trauma; se abbondante e molto teso può essere aspirato dal medico.
- Difficoltà di movimento e sensazione di ginocchio che scatta, si blocca o cede.
Nelle lesioni traumatiche il soggetto riferisce spesso di avere percepito un "crack" al momento dell'infortunio. Il quadro più serio è la cosiddetta rottura a manico di secchio del menisco mediale: un frammento si disloca all'interno dell'articolazione e provoca un vero blocco articolare, con impossibilità di estendere completamente il ginocchio. È una condizione che richiede una valutazione ortopedica rapida.
Nelle forme degenerative i sintomi sono di solito più sfumati e a insorgenza lenta: dolore sordo, rigidità al mattino o dopo essere rimasti a lungo seduti, fastidio che va e viene per settimane.
Come si arriva alla diagnosi
Nella maggior parte dei casi è sufficiente un'attenta visita ortopedica. Il medico raccoglie la dinamica del trauma, palpa la rima articolare e esegue alcune manovre specifiche che sollecitano il menisco combinando flessione e rotazione della gamba: la comparsa di dolore localizzato o di uno scatto orienta la diagnosi.
La radiografia non mostra i menischi, ma serve a escludere fratture e a valutare il grado di artrosi. La risonanza magnetica è l'esame che visualizza direttamente il tessuto meniscale e viene richiesta quando il quadro clinico è dubbio o quando si sta valutando un intervento. Va però interpretata con prudenza: un'immagine di lesione degenerativa in una persona adulta non significa automaticamente che quella lesione sia la causa del dolore, e non è di per sé un'indicazione a operare.
Il trattamento conservativo, oggi prima scelta nell'adulto
Su questo punto le conoscenze sono cambiate parecchio negli ultimi anni. Nelle lesioni degenerative dell'adulto la chirurgia artroscopica si è rivelata poco superiore alla riabilitazione: a distanza di mesi i risultati in termini di dolore e funzione sono sostanzialmente sovrapponibili. Per questo oggi si privilegia il trattamento conservativo, riservando l'intervento ai casi che non migliorano o che presentano un blocco meccanico vero.
Il percorso conservativo prevede la riduzione temporanea delle attività che scatenano il dolore, il controllo del peso corporeo, antinfiammatori per periodi brevi su indicazione medica e soprattutto un programma di esercizio terapeutico guidato dal fisioterapista, centrato sul rinforzo del quadricipite e dei muscoli dell'anca e sul recupero dell'articolarità. Le infiltrazioni di acido ialuronico o di cortisonici possono avere un ruolo di supporto sintomatico, in particolare quando coesiste l'artrosi.
Quando serve l'intervento: sutura o meniscectomia
L'artroscopia mantiene un ruolo importante, ma con indicazioni più selettive rispetto al passato. Viene proposta soprattutto nelle lesioni traumatiche del paziente giovane, nei blocchi articolari e quando la lesione si associa a un danno dei legamenti da ricostruire.
La distinzione decisiva riguarda il tipo di gesto chirurgico:
- La sutura meniscale, che ripara la lesione conservando il menisco, è la soluzione preferibile ogni volta che è tecnicamente possibile: funziona soprattutto nelle rotture recenti e situate nella porzione periferica vascolarizzata, tipicamente nei soggetti giovani. Richiede un recupero più lungo, con carico limitato per alcune settimane e movimento protetto da un tutore, ma protegge l'articolazione nel tempo.
- La meniscectomia, cioè l'asportazione della parte lesionata, permette un ritorno più rapido alle attività quotidiane, ma va limitata al minimo indispensabile: una meniscectomia estesa aumenta il rischio di artrosi del ginocchio negli anni successivi, perché sottrae all'articolazione proprio la struttura che ne distribuisce i carichi. L'asportazione totale del menisco è oggi considerata un'eventualità da evitare quando esistono alternative.
L'intervento in artroscopia si esegue attraverso due o tre piccole incisioni, spesso in regime di day hospital, ed è poco invasivo; nella stessa seduta è possibile trattare anche lesioni della cartilagine o dei legamenti crociati.
Recupero, prevenzione e quando rivolgersi al medico
Dopo qualunque trattamento la riabilitazione è determinante: senza il recupero della forza del quadricipite il ginocchio resta instabile e il dolore tende a ripresentarsi. I tempi vanno da poche settimane dopo una meniscectomia a diversi mesi dopo una sutura o una ricostruzione legamentosa.
Sul versante della prevenzione contano il mantenimento di un peso corporeo adeguato, il rinforzo regolare della muscolatura della coscia, il riscaldamento prima dell'attività sportiva, l'uso di ginocchiere protettive nei lavori che impongono di stare in ginocchio e l'attenzione a non riprendere lo sport prima di avere completato il recupero.
È opportuno rivolgersi all'ortopedico se il ginocchio si blocca in flessione, se cede improvvisamente durante il cammino, se si gonfia rapidamente dopo un trauma o se il dolore persiste oltre due o tre settimane nonostante il riposo relativo.
Le informazioni contenute in questa guida hanno finalità divulgativa e non sostituiscono il parere del medico. Per la diagnosi e la terapia rivolgiti al tuo medico curante o a un ortopedico.
