Piede piatto nel bambino e nell'adulto
Che cos'è il piede piatto
Si parla di piede piatto quando l'arco plantare, la curvatura naturale della pianta compresa tra il tallone e l'avampiede, è ridotto o assente, così che il piede appoggia al suolo su una superficie più ampia del normale. Alla riduzione della volta si associa in genere una deviazione del tallone verso l'esterno, condizione che gli ortopedici chiamano piede piatto-valgo.
È utile distinguere subito due situazioni molto diverse tra loro:
- il piede piatto flessibile, in cui l'arco scompare quando si è in piedi ma ricompare sollevandosi sulle punte o da seduti: è la forma di gran lunga più comune e in genere non dà disturbi;
- il piede piatto rigido, in cui l'arco non si ricostituisce in nessuna posizione e il movimento del piede è limitato: è molto meno frequente e richiede sempre un approfondimento specialistico.
Il piede piatto del bambino: quasi sempre fisiologico
Questo è il punto più importante e insieme il più frainteso. Nei primi anni di vita tutti i bambini hanno il piede piatto: l'arco plantare non è ancora formato, i legamenti sono fisiologicamente lassi e sotto la pianta è presente un cuscinetto di grasso che riempie la volta e la nasconde alla vista.
L'arco si struttura gradualmente con la crescita, in genere tra i tre e i sei anni, e può completarsi anche più tardi, verso i dieci anni. Nella grande maggioranza dei casi il piede piatto del bambino si risolve spontaneamente con la crescita e non lascia alcuna conseguenza: si tratta di una tappa dello sviluppo, non di una malattia. Un piede piatto flessibile, indolore e con normale mobilità non richiede alcun trattamento, ma solo un controllo periodico.
Plantari e scarpe ortopediche: che cosa dicono le evidenze
Per decenni ai bambini con i piedi piatti sono stati prescritti plantari, scarpe ortopediche rigide e tutori. Oggi sappiamo che plantari e scarpe correttive non servono a "correggere" il piede piatto flessibile del bambino: non modificano lo sviluppo dell'arco plantare, che si forma comunque, e non cambiano il risultato finale rispetto a chi non porta nulla.
È un equivoco ancora diffusissimo, che porta ogni anno a un gran numero di trattamenti inutili, costosi e talvolta mal tollerati dal bambino. I plantari mantengono un ruolo preciso ma limitato: possono essere prescritti quando il piede piatto provoca dolore o affaticamento, per alleviare i sintomi e migliorare il comfort, oppure in presenza di quadri particolari valutati dallo specialista. Non hanno invece alcuna finalità correttiva.
Per quanto riguarda le calzature, la regola pratica è semplice: al bambino serve una scarpa leggera, flessibile e della misura giusta, non una scarpa rigida che immobilizza la caviglia. Camminare a piedi nudi su superfici irregolari come erba, sabbia o terra è anzi utile, perché stimola la muscolatura intrinseca del piede.
Quando il piede piatto merita attenzione
Esistono situazioni che vanno sempre segnalate all'ortopedico, perché possono nascondere una causa specifica:
- dolore al piede, alla caviglia o al polpaccio, soprattutto se compare durante o dopo il gioco;
- rigidità: il piede non recupera l'arco sollevandosi sulle punte e la mobilità è ridotta;
- piede piatto presente da un solo lato;
- comparsa o peggioramento improvviso in adolescenza, che può indicare una coalizione tarsale, cioè una fusione anomala tra due ossa del retropiede;
- affaticamento rilevante, rifiuto di camminare, usura molto asimmetrica delle scarpe;
- presenza di malattie neuromuscolari o di lassità legamentosa marcata.
Nell'adulto, un piede piatto non trattato e non doloroso non è di per sé un problema; può però favorire nel tempo disturbi da sovraccarico, come la fascite plantare, le tendiniti, la metatarsalgia e, in alcuni casi, l'alluce valgo.
Il piede piatto acquisito dell'adulto
Un capitolo diverso è quello del piede piatto che compare in età adulta in una persona che prima aveva un arco normale. La causa più frequente è la disfunzione del tendine tibiale posteriore, il tendine che sostiene attivamente la volta plantare: quando si infiamma e si indebolisce, l'arco cede progressivamente e il tallone si inclina verso l'esterno.
Colpisce soprattutto le donne dopo i quarant'anni ed è favorita da sovrappeso, diabete, ipertensione e attività che comportano lunghe stazioni in piedi. I segni tipici sono dolore e gonfiore sul versante interno della caviglia, appiattimento progressivo del piede e difficoltà a sollevarsi sulla punta appoggiando su un piede solo.
È una condizione che vale la pena riconoscere presto, perché nelle fasi iniziali risponde bene a tutori, plantari di sostegno e fisioterapia mirata, mentre quando la deformità diventa rigida le opzioni si riducono alla chirurgia. Altre cause di piede piatto acquisito sono i traumi, le fratture del retropiede, l'artrosi e le artriti infiammatorie.
Come si arriva alla diagnosi
La valutazione è soprattutto clinica: lo specialista osserva il piede in appoggio, da davanti e da dietro, verifica se l'arco ricompare sollevando il paziente sulle punte, controlla la mobilità del retropiede, la forza dei muscoli e l'usura delle calzature. L'esame del cammino completa il quadro.
La radiografia sotto carico, cioè in posizione eretta, viene richiesta solo nei casi sintomatici o rigidi, per misurare gli angoli e valutare le ossa del retropiede. TAC e risonanza magnetica servono nei casi selezionati, per esempio quando si sospetta una coalizione tarsale o una lesione tendinea. Il semplice esame dell'impronta plantare, da solo, non è sufficiente a porre una diagnosi.
Il trattamento e il ruolo della chirurgia
Nella maggior parte dei casi non serve alcun trattamento attivo. Quando il piede piatto è sintomatico si comincia sempre da misure conservative: controllo del peso corporeo, esercizi di rinforzo della muscolatura del piede e del polpaccio, stretching del tendine d'Achille, calzature adatte e, se il dolore lo giustifica, plantari di sostegno.
La chirurgia è riservata ai casi che restano dolorosi nonostante il trattamento conservativo, alle forme rigide e alle coalizioni tarsali sintomatiche. In età pediatrica la tecnica più nota è l'artrorisi, o calcaneo-stop, che consiste nell'introdurre attraverso una piccola incisione un dispositivo tra astragalo e calcagno per limitare il movimento eccessivo del retropiede; l'impianto viene in genere rimosso dopo qualche anno. È un intervento poco invasivo, ma le sue indicazioni sono oggetto di discussione tra gli specialisti e non va proposto per il semplice aspetto del piede in un bambino che non ha disturbi.
Nell'adulto gli interventi sono più complessi e prevedono osteotomie del calcagno, ricostruzioni tendinee o, nelle deformità rigide, artrodesi. Dopo qualunque intervento seguono un periodo di immobilizzazione e un ciclo di fisioterapia riabilitativa, indispensabile per il recupero funzionale.
Le informazioni contenute in questa guida hanno finalità divulgativa e non sostituiscono il parere del medico. Per la diagnosi e la terapia rivolgiti al tuo medico curante o a un ortopedico.
