La psicologia nell'antico Egitto: il cuore e il potere
di Nicolina Leone - Seconda tappa del nostro viaggio: l'Egitto dei faraoni. Una civiltà che per tremila anni ha riflettuto sul cuore, sui sogni, sulla morte e sul modo in cui si costruisce il consenso di un popolo.
Dove comincia la storia: Narmer, Menes e l'unificazione
La storia dell'Egitto è antica, stratificata e in molti punti ancora discussa. La tradizione, raccolta secoli dopo dallo storico egizio Manetone, attribuisce l'unificazione dell'Alto e del Basso Egitto a un sovrano chiamato Menes, considerato il fondatore della prima dinastia intorno al 3100 a.C.
Gli egittologi discutono ancora se Menes sia una figura storica o un nome tradizionale: molti lo identificano con Narmer, il re raffigurato sulla celebre tavoletta conservata al Museo Egizio del Cairo mentre indossa alternativamente la corona bianca del Sud e quella rossa del Nord. Ed è probabile che l'unificazione non sia stata l'impresa di un solo uomo, ma un processo durato generazioni, di cui la tavoletta di Narmer rappresenta piuttosto la celebrazione simbolica che la cronaca.
È una precisazione che vale la pena fare, perché racconta già qualcosa di psicologicamente interessante: fin dalle origini il potere egizio si presenta attraverso immagini costruite con cura, pensate per essere capite a colpo d'occhio e per fissare nella memoria collettiva una versione ordinata degli eventi.
Il cuore, sede del pensiero e della coscienza
Per gli antichi Egizi l'organo della vita interiore era il cuore, chiamato ib. Nel cuore risiedevano il pensiero, la memoria, le emozioni, le intenzioni e quello che noi chiameremmo la coscienza morale. Il cervello, al contrario, godeva di scarsissima considerazione: durante l'imbalsamazione veniva rimosso ed eliminato, mentre il cuore restava nel corpo perché serviva al defunto anche dopo la morte.
Nel celebre rito della pesatura del cuore, descritto nel cosiddetto Libro dei Morti, il cuore del defunto viene posto su un piatto della bilancia e la piuma di Maat - simbolo di verità e giustizia - sull'altro. Al di là del suo significato religioso, è una delle immagini più potenti mai prodotte per rappresentare l'idea che una vita intera possa essere soppesata e che la persona porti dentro di sé il registro delle proprie azioni.
Gli Egizi distinguevano inoltre diverse componenti della persona: il ka, energia vitale; il ba, qualcosa di vicino all'individualità e alla personalità; l'akh, la forma trasfigurata del defunto. Non è una teoria psicologica nel senso moderno, ma è il tentativo, molto antico, di dire che un essere umano non è un blocco unico.
Sofferenza, sogni e medicina
Un testo del Medio Regno noto come Dialogo di un uomo con il suo ba mette in scena un uomo stanco della vita che discute con la propria anima se valga la pena continuare a vivere. È uno dei più antichi documenti conosciuti in cui la sofferenza interiore viene messa in parole, e sorprende per la sua modernità.
La medicina egizia ci ha lasciato papiri di grande interesse. Il papiro Edwin Smith, un trattato chirurgico che risale nella sua forma a circa il 1600 a.C. ma deriva da materiali più antichi, descrive lesioni del cranio e collega alcune ferite alla testa alla perdita della parola o del movimento: è probabilmente il più antico riconoscimento documentato del legame fra danno cerebrale e funzioni del corpo. Il papiro Ebers raccoglie invece centinaia di rimedi, mescolando osservazione clinica, prescrizioni farmacologiche e formule magiche: nella mentalità egizia le tre cose non erano affatto in contraddizione.
Grande attenzione veniva riservata ai sogni, ritenuti messaggi da interpretare. Esistevano veri e propri manuali di interpretazione onirica, come il papiro Chester Beatty III, e la pratica di dormire in un luogo sacro per ottenere una risposta o una guarigione - quella che gli studiosi chiamano incubazione - era diffusa in tutto il Mediterraneo antico. Molti secoli dopo, il sogno sarebbe tornato al centro della riflessione con Freud, ma con presupposti del tutto diversi.
Religione, potere e consenso
Sarebbe sbagliato immaginare la religione egizia come un'invenzione a tavolino di un sovrano astuto: le divinità egizie affondano le radici in culti locali molto più antichi dell'unificazione, e nessun singolo re le "creò". Quello che i faraoni fecero, semmai, fu organizzare quel patrimonio religioso e collegarlo alla propria persona.
La capitale fondata nel Basso Egitto all'inizio della storia dinastica si chiamava in origine Ineb-hedj, "Muro Bianco"; il nome Men-nefer, da cui i Greci ricavarono Menfi, si diffuse molto più tardi, in origine come nome del complesso funerario del faraone Pepi I. Anche in questo caso, la storia reale è più lenta e stratificata della leggenda.
Il vero strumento di coesione era il concetto di Maat: l'ordine giusto del cosmo, che il faraone aveva il compito di mantenere contro il caos. Da qui discendeva la legittimità del sovrano, presentato non come un tiranno ma come garante dell'equilibrio da cui dipendevano il Nilo, i raccolti e la sopravvivenza di tutti. Templi, statue colossali, rituali pubblici e iscrizioni celebrative rendevano quel messaggio visibile ogni giorno.
Gli animali sacri - il gatto legato a Bastet, il falco a Horus, l'ibis a Thot, il toro Api - non erano adorati in quanto animali né nascevano dalla paura: erano considerati manifestazioni visibili di qualità divine. Il gatto proteggeva i granai dai roditori, l'ibis compariva con la piena: la venerazione univa osservazione della natura e pensiero religioso.
Sacerdoti e scribi: professionisti, non imbroglioni
Attorno al faraone si formarono corpi specializzati: sacerdoti, scribi, medici, amministratori. Erano loro a conservare i testi, a fissare il calendario, a gestire i magazzini del tempio e a curare i malati.
La versione romanzesca che li dipinge come impostori cinici, dediti a inscenare trance e a somministrare droghe per ingannare il sovrano, non trova conferma nelle fonti: quasi tutto ciò che sappiamo indica persone che credevano in ciò che praticavano e che al tempo stesso disponevano di conoscenze tecniche reali, dall'astronomia alla farmacopea. Che quel sapere desse anche potere e privilegi è vero, e non c'è bisogno di trasformarli in truffatori per riconoscerlo.
Va sfatato anche un altro luogo comune: quello del "popolo ignorante" incapace di pensare. La popolazione egizia era in larghissima parte analfabeta, come ovunque nel mondo antico, ma questo non significa né assenza di pensiero critico né passività. Conosciamo persino il primo sciopero documentato della storia: quello degli operai di Deir el-Medina, che intorno al 1157 a.C., sotto Ramesse III, incrociarono le braccia perché le razioni non arrivavano.
Che cosa possiamo davvero dire
Guardare all'Egitto con occhi psicologici è affascinante, ma richiede prudenza. Non possiamo sottoporre a test le persone di quattromila anni fa, e ogni volta che attribuiamo a un faraone raffinate strategie di manipolazione stiamo proiettando categorie moderne su un mondo che ragionava in modo diverso dal nostro.
Quello che le fonti mostrano con sicurezza è un'altra cosa, e non è meno interessante: già cinquemila anni fa gli esseri umani si interrogavano su dove abitasse il pensiero, cercavano un senso nei sogni, tentavano di curare la sofferenza e sapevano che immagini, riti e racconti condivisi tengono insieme una società.
Continua la serie
Questa pagina è la seconda delle quattro puntate dedicate alla psicologia nella storia dei popoli:
1. L'antica Grecia: umori e temperamenti
2. L'antico Egitto (stai leggendo questa)
3. I Maya: calendario, profezie e mito moderno
4. Dio, Satana e la persuasione delle folle
Se ti interessa il tema del sogno e dell'inconscio, puoi leggere anche l'intervista al dottor Freud e la pagina su psiche e intelligenza.
Le informazioni contenute in questa pagina hanno finalità divulgativa e storica e non sostituiscono il parere di un professionista. Se stai attraversando una difficoltà psicologica, rivolgiti a uno psicologo o al tuo medico di famiglia.
