Attacchi di panico: sintomi, cause e cure

di Nicolina Leone - Chi soffre di attacchi di panico spesso non ne parla. Si vergogna, teme di non essere creduto, prova a convincersi che sia stata "solo una brutta giornata". Così il problema resta nascosto finché qualcuno, di solito una persona vicina, assiste per caso a una crisi. Eppure il disturbo di panico è uno dei disturbi psichiatrici più frequenti e uno di quelli che rispondono meglio alle cure.

Che cos'è un attacco di panico

Un attacco di panico è un episodio improvviso di paura molto intensa che raggiunge il picco in pochi minuti, in genere entro dieci, e poi si attenua. Arriva spesso senza preavviso, talvolta anche a riposo o durante il sonno, e si accompagna a sintomi fisici così marcati da far pensare a un'emergenza medica.

Chi lo vive descrive batticuore o palpitazioni, sensazione di soffocare o di non riuscire a prendere abbastanza aria, dolore o oppressione al torace, sudorazione, tremore, vampate di caldo o brividi, formicolii, nausea, vertigini o sensazione di svenimento. A questi si aggiungono due esperienze tipiche e molto spaventose: la paura di morire o di avere un infarto e la sensazione di irrealtà, come se il mondo o il proprio corpo fossero improvvisamente estranei.

È fondamentale sapere che un attacco di panico, per quanto terrificante, non è pericoloso per il cuore né per il cervello. Non porta a svenire, non porta a "impazzire" e si esaurisce da solo. Questa consapevolezza è già parte della cura.

Dal singolo attacco al disturbo di panico

Un attacco isolato può capitare a molte persone in un momento di stress e non significa avere un disturbo. Si parla di disturbo di panico quando gli attacchi si ripetono e, soprattutto, quando subentra la cosiddetta ansia anticipatoria: la paura costante che ne arrivi un altro.

È qui che il disturbo si struttura. Per non correre rischi la persona comincia a evitare i luoghi e le situazioni associate alle crisi precedenti: la metropolitana, l'autostrada, il supermercato affollato, l'ascensore, la fila alla cassa. Poi evita anche di restare sola, o di allontanarsi troppo da casa. Quando l'evitamento si estende a questo punto si aggiunge un'agorafobia, e la vita si restringe progressivamente.

Il paradosso è che ogni evitamento porta un sollievo immediato ma conferma al cervello che il pericolo era reale, rendendo l'attacco successivo più probabile. Interrompere questo circolo è esattamente l'obiettivo della terapia.

Perché succede

Non c'è una causa unica. Concorrono una predisposizione familiare, una particolare sensibilità alle sensazioni corporee (chi tende a interpretare un battito accelerato come segno di infarto è più a rischio), periodi di stress prolungato, lutti, separazioni, cambiamenti importanti di vita. Anche caffeina in eccesso, alcol, cannabis e alcune sostanze stimolanti possono innescare o peggiorare le crisi. Il disturbo esordisce tipicamente tra la tarda adolescenza e i trent'anni ed è circa due volte più frequente nelle donne.

La diagnosi: prima si escludono le cause fisiche

Poiché i sintomi somigliano a quelli di un problema cardiaco o respiratorio, il primo passaggio è una valutazione medica. Il medico di famiglia, ed eventualmente il pronto soccorso alla prima crisi, verifica il cuore, la funzione tiroidea, i valori ematici di base e la presenza di condizioni o farmaci che possano spiegare i sintomi. Una volta escluse le cause organiche, la diagnosi viene posta clinicamente dallo psichiatra o dallo psicologo clinico attraverso il colloquio.

Ripetere all'infinito esami già risultati normali non rassicura: alimenta il controllo ansioso. Dopo un accertamento adeguato conviene spostare l'attenzione sul trattamento del disturbo.

Come si cura il disturbo di panico

È una delle condizioni psichiatriche che risponde meglio ai trattamenti disponibili. La grande maggioranza delle persone che segue un percorso adeguato ottiene una riduzione netta o la scomparsa degli attacchi.

Psicoterapia cognitivo-comportamentale - È il trattamento di prima scelta. Comprende l'informazione sul meccanismo del panico, il lavoro sui pensieri catastrofici ("sto per morire", "sto per perdere il controllo"), tecniche di respirazione e gestione dell'attivazione fisiologica e, punto centrale, l'esposizione graduale: riavvicinarsi passo dopo passo, in modo programmato e con il terapeuta, alle situazioni evitate. Si usa anche l'esposizione alle sensazioni corporee temute, per imparare che un battito accelerato o un capogiro non annunciano una catastrofe. Un ciclo dura in genere tre-quattro mesi.

Terapia farmacologica - Quando i sintomi sono intensi o la psicoterapia da sola non basta, lo psichiatra può associare un farmaco. La terapia di fondo si basa sugli antidepressivi serotoninergici (SSRI) o sugli SNRI, che richiedono alcune settimane per dare beneficio pieno e vanno assunti con regolarità per un periodo prolungato, di norma non inferiore a sei-dodici mesi dopo il miglioramento. Le benzodiazepine agiscono in fretta e possono servire nelle fasi iniziali, ma solo per periodi brevi e sotto controllo medico, perché l'uso prolungato porta a tolleranza e dipendenza e ostacola il lavoro di esposizione.

Gli psicofarmaci non vanno mai sospesi di propria iniziativa. Interrompere bruscamente, in particolare antidepressivi e benzodiazepine, può provocare sintomi da interruzione e favorire le ricadute. Ogni riduzione va concordata con il medico e fatta gradualmente. Qui non troverai dosaggi né nomi commerciali: la scelta spetta allo specialista.

Cosa fare durante un attacco

Ricordare che l'episodio è limitato nel tempo e si esaurirà da solo. Non combatterlo e non fuggire: fermarsi, appoggiarsi a qualcosa e rallentare il respiro, espirando più a lungo di quanto si inspira. Riportare l'attenzione su elementi concreti dell'ambiente aiuta a ridurre la sensazione di irrealtà.

Se stai accanto a una persona in crisi: resta con lei, parla con voce calma e frasi brevi, non minimizzare ("non è niente") e non incalzare ("respira!"). Rassicura sul fatto che passerà e che sei lì. Nel tempo, però, evita di diventare l'accompagnatore fisso che rende possibile ogni evitamento: è un aiuto che a lungo andare rinforza il disturbo. Meglio sostenere la persona nel percorso di cura.

Dove chiedere aiuto

Parlane con il medico di famiglia, che può fare un primo inquadramento e indirizzarti. Sul territorio sono attivi i Centri di salute mentale del Servizio sanitario nazionale; in alternativa puoi rivolgerti a uno psicologo psicoterapeuta o a uno psichiatra iscritto all'albo. Le strutture pubbliche hanno il vantaggio di far lavorare insieme psichiatri e psicoterapeuti sullo stesso percorso.

In caso di pensieri di farsi del male rivolgiti subito al pronto soccorso o chiama il 112. Per parlare con qualcuno è attivo il Telefono Amico Italia, 02 2327 2327.

Puoi approfondire anche le pagine su ansia e disturbi d'ansia, sulle fobie e sulla fobia sociale.

Autore: Nicolina Leone

Le informazioni contenute in questa guida hanno finalità divulgativa e non sostituiscono il parere del medico. Per la diagnosi e la terapia rivolgiti al tuo medico curante, a uno psichiatra o a uno psicologo clinico.

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