Fobie: che cosa sono, sintomi e come si curano
di Nicolina Leone - La parola fobia è entrata nel linguaggio comune al punto da essere usata per qualunque cosa non ci piaccia. Vale la pena recuperarne il significato clinico, sia per capire di che cosa stiamo parlando sia per rispetto verso chi ne soffre davvero: una fobia non è un'antipatia o una stranezza caratteriale, è un disturbo d'ansia che può limitare pesantemente la vita e che si cura con ottimi risultati.
Che cos'è una fobia
Una fobia specifica è una paura intensa e persistente verso un oggetto o una situazione precisa. La reazione è sproporzionata rispetto al pericolo reale, si presenta quasi sempre in presenza dello stimolo, dura da mesi e porta a evitare sistematicamente ciò che la scatena. Chi ne soffre in genere riconosce che il timore è eccessivo: proprio questa consapevolezza, che non basta a spegnere la paura, è una delle esperienze più frustranti del disturbo.
La differenza con una paura comune sta nell'impatto. Avere un moto di disagio davanti a un ragno non è una fobia. Rinunciare a un viaggio, cambiare casa, evitare un esame medico o non poter accettare un lavoro a causa di quella paura sì.
Le fobie più comuni
Le fobie specifiche si raggruppano tradizionalmente in alcune famiglie. Animali: ragni (aracnofobia), cani (cinofobia), serpenti, insetti. Ambiente naturale: altezze (acrofobia), temporali, acqua, buio. Sangue, iniezioni e ferite (emofobia): è l'unica fobia che può provocare un vero svenimento, perché dopo un breve rialzo la pressione cala bruscamente; per questo la tecnica di trattamento comprende esercizi specifici di tensione muscolare. Situazioni: spazi chiusi (claustrofobia), ascensori, gallerie, aereo (aviofobia), guida.
Un discorso a parte merita l'agorafobia, che non è semplicemente la paura degli spazi aperti come spesso si legge. È l'ansia legata a luoghi o situazioni da cui sarebbe difficile allontanarsi o ricevere soccorso in caso di malessere: mezzi pubblici, code, folla, ponti, ma anche restare soli o allontanarsi da casa. Si associa molto spesso agli attacchi di panico e può portare, nei casi non trattati, a un isolamento progressivo.
Diversa ancora è la fobia sociale, oggi chiamata disturbo d'ansia sociale, in cui l'oggetto del timore è il giudizio degli altri: le dedichiamo una pagina a parte.
I sintomi
Di fronte allo stimolo temuto, o anche solo al pensiero di doverlo affrontare, compaiono batticuore, respiro corto, sudorazione, tremore, bocca secca, nausea, vertigini, sensazione di soffocamento. Nei casi più intensi la reazione può assumere la forma di un vero attacco di panico.
Accanto ai sintomi fisici c'è l'ansia anticipatoria: il malessere che comincia giorni o settimane prima di un evento (un volo, una visita medica, una risonanza). E c'è l'evitamento, che dà sollievo immediato ma è il vero motore del disturbo: ogni volta che si evita, il cervello registra che il pericolo era reale e la paura si rinforza.
Da dove nascono
Le fobie hanno origini diverse. A volte c'è un episodio scatenante, spesso nell'infanzia: un morso, una caduta, un ricovero, una brutta esperienza in acqua. Altre volte l'apprendimento è indiretto, per osservazione di un genitore molto spaventato da qualcosa. In molti casi non si individua alcun evento preciso e contano soprattutto la predisposizione temperamentale e una sensibilità particolare all'attivazione fisiologica.
Attribuire ogni fobia a un trauma rimosso da riportare alla luce è una lettura superata: la cura non richiede di ricostruire un'origine, ma di modificare il meccanismo che oggi mantiene la paura.
Come si curano le fobie
Le fobie specifiche sono tra i disturbi psichiatrici che rispondono meglio in assoluto al trattamento. Molte si risolvono in poche sedute.
Esposizione graduale - È il trattamento d'elezione. Insieme al terapeuta si costruisce una scala di situazioni ordinate per difficoltà e si affrontano una alla volta, restando in contatto con lo stimolo temuto abbastanza a lungo perché l'ansia scenda spontaneamente. Nel caso della paura dei cani, per esempio, si può partire da immagini e video, passare all'osservazione a distanza, poi alla presenza in una stanza, fino al contatto diretto. Nessun passaggio viene forzato: si avanza quando quello precedente non produce più ansia significativa. Per alcune fobie esistono protocolli in seduta unica prolungata, con risultati che si mantengono nel tempo.
Terapia cognitivo-comportamentale - L'esposizione si integra con il lavoro sui pensieri che alimentano la paura (la sopravvalutazione del pericolo e la sottovalutazione delle proprie risorse) e con l'informazione corretta sull'oggetto temuto. Sempre più diffusa anche l'esposizione in realtà virtuale, utile per situazioni difficili da riprodurre come il volo.
Farmaci - Nelle fobie specifiche non sono in genere necessari. Possono essere presi in considerazione dallo psichiatra quando alla fobia si associano un disturbo di panico, un'agorafobia estesa o una depressione: in questi casi si usano gli antidepressivi serotoninergici (SSRI) come terapia di fondo. Le benzodiazepine, oltre a essere indicate solo per periodi brevi per il rischio di dipendenza, sono da usare con cautela perché possono ridurre l'efficacia del lavoro di esposizione.
Nessuno psicofarmaco va sospeso di propria iniziativa: l'interruzione brusca può dare sintomi da interruzione e favorire le ricadute, e la riduzione va concordata con il medico. In questa pagina non trovi dosaggi né nomi commerciali.
Va detto con chiarezza che rimedi come i fiori di Bach o i preparati omeopatici non hanno dimostrato efficacia sulle fobie: affidarsi a questi prodotti significa soprattutto rinviare un trattamento che funziona.
Convivere con una fobia e superarla
Il consiglio più utile è anche il più controintuitivo: ridurre gli evitamenti, non aumentarli. Chi sta accanto a una persona con una fobia può aiutare evitando due estremi opposti: da un lato prendere in giro o minimizzare ("è solo un ragno"), dall'altro organizzare la vita familiare in modo da proteggerla sempre dallo stimolo temuto. La strada che funziona è sostenerla nel percorso di esposizione, riconoscendo ogni passo avanti.
Dove chiedere aiuto
Il primo riferimento è il medico di famiglia, che può indirizzare allo specialista giusto. Sul territorio sono attivi i Centri di salute mentale del Servizio sanitario nazionale; in alternativa ci si può rivolgere a uno psicologo psicoterapeuta con formazione in terapia cognitivo-comportamentale o a uno psichiatra iscritto all'albo.
In caso di pensieri di farsi del male rivolgiti subito al pronto soccorso o chiama il 112. È attivo anche il Telefono Amico Italia, 02 2327 2327.
Autore: Nicolina LeoneLe informazioni contenute in questa guida hanno finalità divulgativa e non sostituiscono il parere del medico. Per la diagnosi e la terapia rivolgiti al tuo medico curante, a uno psichiatra o a uno psicologo clinico.
