Escherichia coli: sintomi, rischi e prevenzione
Il nome Escherichia coli compare quasi sempre in cronaca legato a un'epidemia alimentare, e questo ha creato un equivoco: nella stragrande maggioranza dei casi questo batterio non è un nemico, ma un ospite abituale del nostro intestino. Solo alcune varianti, poche e ben identificate, sono in grado di far ammalare. Distinguere le une dalle altre serve a capire quando non c'è nulla di cui preoccuparsi e quando invece un sintomo va preso sul serio.
Il problema nasce quando alcuni ceppi acquisiscono, attraverso lo scambio di materiale genetico, la capacità di produrre tossine o di invadere le cellule intestinali: sono i ceppi patogeni, raggruppati in categorie a seconda del meccanismo con cui provocano il danno.
Il gruppo che merita più attenzione è quello dei ceppi produttori di tossina Shiga, chiamati anche STEC o enteroemorragici. Il rappresentante più noto è il sierotipo O157:H7, ma esistono numerosi ceppi non-O157 altrettanto capaci di provocare malattia, come O26, O111, O103 e O145. Vivono normalmente nell'intestino dei bovini e degli altri ruminanti, che non si ammalano, e arrivano all'uomo attraverso alimenti o acqua contaminati dalle loro feci. Bastano pochissimi batteri per infettarsi, molti meno di quanti ne servano per altre tossinfezioni.
La seconda via è l'acqua: pozzi non controllati, acqua di ruscelli, laghi e piscine ingerita durante la balneazione. La terza è il contatto diretto, con gli animali da fattoria oppure da persona a persona per via oro-fecale, in famiglia e negli asili, dove il contagio secondario è tutt'altro che raro. L'incubazione dei ceppi produttori di tossina Shiga è di solito di tre o quattro giorni.
La complicanza temuta è la sindrome emolitico-uremica, che interessa in media dal 5 al 10 per cento delle persone infettate, con rischio nettamente più alto nei bambini sotto i cinque anni e negli anziani. Compare tipicamente cinque o dieci giorni dopo l'inizio della diarrea, spesso quando la diarrea sta migliorando, e consiste nella distruzione dei globuli rossi, nel crollo delle piastrine e in un danno renale acuto. I segnali da riconoscere sono la riduzione o la scomparsa della produzione di urina, un pallore inusuale, la comparsa di lividi o di piccole macchie rosse sulla pelle, il gonfiore di viso e caviglie, una sonnolenza marcata. Sono tutte situazioni da pronto soccorso: la sindrome emolitico-uremica si tratta in ospedale, con terapia di supporto ed eventualmente dialisi, e nella maggior parte dei casi la funzione renale si recupera.
La cistite si manifesta con bruciore alla minzione, bisogno frequente e urgente di urinare con emissione di poca urina, dolore sopra il pube e urine torbide. Se il batterio risale fino al rene si parla di pielonefrite, con febbre alta, brividi e dolore al fianco: è una condizione più seria, che richiede una valutazione medica rapida. La diagnosi si fa con l'esame delle urine e l'urinocoltura con antibiogramma, sempre più importante perché le resistenze agli antibiotici di uso comune sono in aumento.
Chi ha avuto diarrea non dovrebbe poi preparare cibo per altri per almeno due giorni: è così che si spezzano le catene di contagio familiari. Per un quadro più generale dei disturbi intestinali acuti puoi leggere anche la guida sulla gastroenterite.
Le informazioni contenute in questa guida hanno finalità divulgativa e non sostituiscono il parere del medico. Per la diagnosi e la terapia rivolgiti al tuo medico curante o a un centro specialistico.
Un batterio di casa nostra
Escherichia coli è un batterio che colonizza l'intestino crasso dell'uomo e degli animali a sangue caldo fin dalle prime ore dopo la nascita. Fa parte della normale flora intestinale, convive pacificamente con noi per tutta la vita, contribuisce a tenere sotto controllo microrganismi meno amichevoli e partecipa alla produzione di alcune vitamine, tra cui la vitamina K. La sua presenza nelle feci è del tutto normale, tanto che la ricerca di E. coli nell'acqua e negli alimenti viene usata come indicatore di contaminazione fecale, cioè come spia di igiene insufficiente, non come prova di per sé di una malattia.Il problema nasce quando alcuni ceppi acquisiscono, attraverso lo scambio di materiale genetico, la capacità di produrre tossine o di invadere le cellule intestinali: sono i ceppi patogeni, raggruppati in categorie a seconda del meccanismo con cui provocano il danno.
I ceppi che causano diarrea
Il gruppo più diffuso nel mondo è quello degli enterotossigeni, responsabili della classica diarrea del viaggiatore: producono tossine che fanno riversare acqua e sali nell'intestino, danno una diarrea acquosa e abbondante con crampi, in genere senza febbre alta, e si risolvono spontaneamente in due o tre giorni. Altri gruppi, come gli enteropatogeni e gli enteroaggregativi, causano diarree più prolungate soprattutto nei bambini dei Paesi a basse risorse.Il gruppo che merita più attenzione è quello dei ceppi produttori di tossina Shiga, chiamati anche STEC o enteroemorragici. Il rappresentante più noto è il sierotipo O157:H7, ma esistono numerosi ceppi non-O157 altrettanto capaci di provocare malattia, come O26, O111, O103 e O145. Vivono normalmente nell'intestino dei bovini e degli altri ruminanti, che non si ammalano, e arrivano all'uomo attraverso alimenti o acqua contaminati dalle loro feci. Bastano pochissimi batteri per infettarsi, molti meno di quanti ne servano per altre tossinfezioni.
Come ci si contagia
Le vie sono essenzialmente tre. La prima è alimentare: carne macinata poco cotta, hamburger e polpette che restano rosa all'interno, latte crudo e formaggi a latte crudo non stagionati, succhi non pastorizzati, verdure a foglia e germogli irrigati o concimati con materiale contaminato. La carne macinata è particolarmente insidiosa perché la macinatura porta all'interno i batteri che erano solo in superficie: una bistecca al sangue è molto meno rischiosa di un hamburger poco cotto.La seconda via è l'acqua: pozzi non controllati, acqua di ruscelli, laghi e piscine ingerita durante la balneazione. La terza è il contatto diretto, con gli animali da fattoria oppure da persona a persona per via oro-fecale, in famiglia e negli asili, dove il contagio secondario è tutt'altro che raro. L'incubazione dei ceppi produttori di tossina Shiga è di solito di tre o quattro giorni.
I sintomi e i segnali d'allarme
L'infezione da ceppi produttori di tossina Shiga comincia con crampi addominali intensi e diarrea acquosa, che nel giro di uno o due giorni diventa spesso francamente ematica. La febbre è assente o modesta, e questo può trarre in inganno: il dolore addominale violento con sangue nelle feci e poca febbre è un quadro da segnalare sempre al medico, senza aspettare.La complicanza temuta è la sindrome emolitico-uremica, che interessa in media dal 5 al 10 per cento delle persone infettate, con rischio nettamente più alto nei bambini sotto i cinque anni e negli anziani. Compare tipicamente cinque o dieci giorni dopo l'inizio della diarrea, spesso quando la diarrea sta migliorando, e consiste nella distruzione dei globuli rossi, nel crollo delle piastrine e in un danno renale acuto. I segnali da riconoscere sono la riduzione o la scomparsa della produzione di urina, un pallore inusuale, la comparsa di lividi o di piccole macchie rosse sulla pelle, il gonfiore di viso e caviglie, una sonnolenza marcata. Sono tutte situazioni da pronto soccorso: la sindrome emolitico-uremica si tratta in ospedale, con terapia di supporto ed eventualmente dialisi, e nella maggior parte dei casi la funzione renale si recupera.
Escherichia coli e infezioni urinarie
Fuori dall'intestino, E. coli è di gran lunga la causa più frequente delle infezioni urinarie: si stima che sia responsabile di circa otto cistiti non complicate su dieci. Qui non c'entra alcun alimento contaminato: è lo stesso batterio che vive nell'intestino e che risale l'uretra, un percorso favorito nella donna dalla brevità dell'uretra e dalla sua vicinanza all'ano.La cistite si manifesta con bruciore alla minzione, bisogno frequente e urgente di urinare con emissione di poca urina, dolore sopra il pube e urine torbide. Se il batterio risale fino al rene si parla di pielonefrite, con febbre alta, brividi e dolore al fianco: è una condizione più seria, che richiede una valutazione medica rapida. La diagnosi si fa con l'esame delle urine e l'urinocoltura con antibiogramma, sempre più importante perché le resistenze agli antibiotici di uso comune sono in aumento.
Come si arriva alla diagnosi
Di fronte a una diarrea con sangue il medico richiede la coprocoltura. Un dettaglio conta molto: la ricerca dei ceppi produttori di tossina Shiga richiede test specifici, che non fanno parte dell'esame standard, ed è quindi importante che il sospetto venga riferito al laboratorio. Negli altri casi di diarrea acuta lieve e di breve durata la coprocoltura non serve, perché il risultato non cambierebbe la gestione. Se compaiono segni di allarme si aggiungono esami del sangue con emocromo, funzione renale e indici di emolisi.Perché antibiotici e antidiarroici possono peggiorare le cose
È il punto meno intuitivo di tutta questa storia. Nelle infezioni da ceppi produttori di tossina Shiga gli antibiotici non sono raccomandati, perché danneggiando la parete batterica possono aumentare il rilascio di tossina e, secondo diversi studi, accrescere il rischio di sindrome emolitico-uremica anziché ridurlo. Anche i farmaci che bloccano il transito sono sconsigliati: rallentando l'intestino prolungano il contatto tra la tossina e la mucosa. Il trattamento è quindi di supporto, centrato sulla reidratazione, con osservazione attenta nei giorni successivi. Nelle altre forme, come la diarrea del viaggiatore, gli antibiotici possono avere un ruolo nei casi più intensi, ma la decisione spetta al medico.La prevenzione si gioca in cucina
Le regole sono poche e concrete. Cuocere completamente carne macinata, hamburger, polpette e salsicce, fino a quando il colore interno non è più rosa e il succo che esce è chiaro. Tenere separati taglieri, coltelli e piatti per il crudo e per il cotto. Lavare le mani con acqua e sapone dopo aver manipolato carne cruda, dopo il bagno, dopo il cambio del pannolino e dopo aver toccato animali. Lavare accuratamente frutta e verdura da consumare crude. Evitare latte crudo e derivati non pastorizzati, in particolare per bambini piccoli, donne in gravidanza, anziani e persone immunodepresse. Bere solo acqua potabile.Chi ha avuto diarrea non dovrebbe poi preparare cibo per altri per almeno due giorni: è così che si spezzano le catene di contagio familiari. Per un quadro più generale dei disturbi intestinali acuti puoi leggere anche la guida sulla gastroenterite.
Le informazioni contenute in questa guida hanno finalità divulgativa e non sostituiscono il parere del medico. Per la diagnosi e la terapia rivolgiti al tuo medico curante o a un centro specialistico.
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