Esofagite: sintomi, tipi, diagnosi e terapie

Esofagite significa infiammazione dell'esofago, il tubo muscolare che porta il cibo dalla gola allo stomaco. Dietro quella parola, però, si nascondono malattie molto diverse tra loro: alcune sono la conseguenza dell'acido che risale, altre sono reazioni allergiche, altre ancora infezioni o danni chimici. Distinguerle non è un esercizio accademico, perché ognuna ha una terapia propria e curare un'esofagite eosinofila come se fosse un reflusso significa non curarla affatto.

Un organo che si difende poco

La mucosa dell'esofago è fatta di epitelio squamoso, un rivestimento adatto al passaggio veloce del cibo ma privo delle difese che lo stomaco possiede contro l'acido. Quando qualcosa la aggredisce in modo ripetuto, la parete risponde con arrossamento ed erosioni e, se il danno prosegue, con ulcere e cicatrici che ne restringono il calibro.

I sintomi si somigliano da una forma all'altra, ed è questo che rende necessari gli esami. I più frequenti sono il bruciore retrosternale, la disfagia (la sensazione che il boccone si fermi lungo il percorso), l'odinofagia (il dolore vero e proprio nell'atto di deglutire) e il dolore al petto. Nei bambini piccoli l'infiammazione dell'esofago può manifestarsi in modo indiretto, con rifiuto del cibo, pianto durante i pasti e crescita rallentata.

L'esofagite da reflusso e i suoi gradi

È di gran lunga la forma più comune ed è la complicanza diretta della malattia da reflusso gastroesofageo. Vale la pena sottolineare un punto che sorprende molti pazienti: avere reflusso non significa avere esofagite. Nella maggioranza di chi lamenta bruciore e rigurgito la gastroscopia mostra un esofago di aspetto normale, e solo in una minoranza si vedono lesioni della mucosa.

Quando le lesioni ci sono, l'endoscopista le classifica secondo il sistema di Los Angeles, oggi lo standard internazionale. Si basa sull'estensione delle erosioni: il grado A indica lesioni non più lunghe di cinque millimetri, il grado B lesioni più lunghe ma separate tra loro, il grado C erosioni confluenti che coinvolgono meno di tre quarti della circonferenza, il grado D lesioni che ne interessano almeno tre quarti. I gradi A e B guariscono quasi sempre con un ciclo di farmaci antisecretivi, mentre i gradi C e D richiedono trattamenti più lunghi e un controllo endoscopico dopo la cura, perché sotto un'infiammazione severa può nascondersi un esofago di Barrett che diventa visibile solo quando la mucosa è guarita.

L'esofagite eosinofila, l'allergia che si vede al microscopio

È la forma di cui si parla di più negli ultimi anni, perché fino agli anni Novanta era praticamente sconosciuta e oggi viene diagnosticata sempre più spesso. Si tratta di una malattia infiammatoria cronica su base immunitaria, in cui la parete dell'esofago viene infiltrata dagli eosinofili, un tipo di globulo bianco tipico delle reazioni allergiche, in risposta ad antigeni alimentari e ambientali.

Colpisce soprattutto uomini giovani e adulti, spesso con una storia personale o familiare di asma, rinite allergica, dermatite atopica o allergie alimentari. Il sintomo che deve far pensare a questa diagnosi è la disfagia per i cibi solidi, in particolare per la carne e il pane: chi ne soffre impara con gli anni ad adattarsi senza rendersene conto, mangia lentamente, taglia i bocconi molto piccoli, beve acqua di continuo, evita certi alimenti al ristorante. L'evento che porta al pronto soccorso è l'impatto del bolo, cioè un pezzo di cibo che si blocca nell'esofago e non scende, un'emergenza che richiede la rimozione endoscopica.

La diagnosi si fa solo con le biopsie: l'aspetto endoscopico, con anelli concentrici, solchi longitudinali e placche biancastre, è suggestivo ma non sufficiente, e in una parte dei pazienti l'esofago sembra normale a occhio nudo. Per questo davanti a una disfagia inspiegata i prelievi vanno fatti comunque, in più punti dell'esofago. Il trattamento si muove su tre strade: farmaci, dieta e dilatazione. Si usano gli inibitori di pompa protonica, efficaci in una quota rilevante di pazienti, i corticosteroidi in formulazioni pensate per agire localmente sulla mucosa, le diete di eliminazione degli alimenti più spesso implicati e, per i casi refrattari, farmaci biologici di introduzione recente. La dilatazione endoscopica si riserva ai restringimenti già formati. È una malattia cronica: sospendere la terapia in genere significa vedere tornare l'infiammazione.

Quando l'infiammazione è un'infezione

Le esofagiti infettive sono rare in chi ha un sistema immunitario integro e diventano invece un problema concreto nelle persone immunodepresse: pazienti con infezione da HIV non trattata, in chemioterapia, trapiantati, in terapia cortisonica prolungata, e anche in chi ha un diabete mal controllato.

La più frequente è la candidosi esofagea, sostenuta dal fungo Candida albicans, che si presenta con placche biancastre aderenti alla mucosa e provoca soprattutto dolore alla deglutizione; spesso, ma non sempre, si accompagna a un mughetto visibile in bocca. Seguono le forme virali: quella da virus herpes simplex, con piccole ulcere a bordi netti e dolore intenso, e quella da citomegalovirus, che dà ulcere più grandi e profonde e riguarda quasi solo pazienti gravemente immunodepressi. La distinzione si fa in endoscopia con prelievi mirati e la terapia è specifica per l'agente responsabile: antifungini nel primo caso, antivirali negli altri.

Le esofagiti da farmaci e da sostanze corrosive

Una compressa che si ferma nell'esofago può fare danni sorprendenti. L'esofagite da farmaci nasce quando il medicinale ristagna a contatto con la mucosa, di solito perché è stato preso con poca acqua, sdraiati o subito prima di coricarsi. Le molecole più spesso coinvolte sono le tetracicline, il cloruro di potassio, il solfato ferroso, i bifosfonati usati per l'osteoporosi e gli antinfiammatori. Il quadro è tipico: un dolore intenso alla deglutizione che compare improvvisamente, spesso di notte, in chi ha iniziato un nuovo farmaco pochi giorni prima. Guarisce di regola sospendendo o modificando il trattamento, sempre in accordo con il medico. La prevenzione è banale ma efficace: prendere le compresse in piedi o seduti, con un bicchiere pieno d'acqua, e restare eretti per una decina di minuti.

L'esofagite da caustici è invece un'emergenza. Segue l'ingestione, accidentale nei bambini o volontaria negli adulti, di sostanze fortemente acide o alcaline come i prodotti per sturare gli scarichi e i disincrostanti. Il danno può essere profondo e le conseguenze a distanza sono i restringimenti cicatriziali, che a volte richiedono dilatazioni ripetute. In questi casi non bisogna mai provocare il vomito né somministrare liquidi neutralizzanti: si chiamano subito i soccorsi e ci si rivolge al centro antiveleni.

Come si arriva alla diagnosi

L'esame chiave è la gastroscopia, che consente di guardare direttamente la mucosa e, soprattutto, di prelevare campioni di tessuto. Le biopsie sono il passaggio decisivo: sono l'unico modo di contare gli eosinofili, di identificare un fungo o un virus e di riconoscere la metaplasia del Barrett. Nel sospetto di esofagite eosinofila si eseguono prelievi multipli anche quando la mucosa appare sana.

Gli altri esami hanno ruoli complementari: la pH-impedenzometria stabilisce se e quanto il reflusso è responsabile del quadro, la manometria studia la motilità quando prevale la disfagia, il radiogramma con bario valuta l'estensione di un restringimento prima di trattarlo.

Quando andare dal medico

Un bruciore occasionale dopo un pasto pesante non richiede indagini. Meritano invece una valutazione senza rimandare la difficoltà a deglutire che compare o peggiora, il dolore vero durante la deglutizione, un boccone che si è bloccato anche solo una volta, il calo di peso non cercato, il vomito ripetuto e i sintomi che non si spengono dopo alcune settimane di terapia. La maggior parte delle esofagiti guarisce bene quando viene riconosciuta per quello che è; il rischio vero è trattare per anni come semplice acidità un'infiammazione che ha tutt'altra origine.

Le informazioni contenute in questa guida hanno finalità divulgativa e non sostituiscono il parere del medico. Per la diagnosi e la terapia rivolgiti al tuo medico curante o a un centro specialistico.
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