Rettocolite ulcerosa: sintomi, cause e cure

Chi convive con la rettocolite ulcerosa la racconta in modo molto concreto: sapere sempre dov'è il bagno più vicino, non potersi fidare di uno stimolo, vedere sangue nelle feci. È una malattia infiammatoria cronica del grosso intestino che parte dal retto e risale verso l'alto in modo continuo, senza lasciare tratti sani in mezzo. Il decorso è capriccioso, fatto di riacutizzazioni e di lunghi periodi di quiete, ma proprio per questo si presta a essere controllato: l'obiettivo delle terapie moderne non è solo chiudere la fase acuta, è tenere il paziente in remissione stabile per anni.

Che cos'è la rettocolite ulcerosa

La rettocolite ulcerosa, detta anche colite ulcerosa, è un'infiammazione cronica della mucosa del colon e del retto. Due parole ne descrivono il comportamento meglio di qualunque definizione: continua e superficiale. Continua perché non salta da un punto all'altro ma occupa un tratto ininterrotto che comincia dal retto e si estende verso l'alto per una lunghezza variabile. Superficiale perché rimane confinata allo strato interno della parete, senza attraversarla in profondità.

In base a quanto risale si distinguono forme diverse, e la distinzione non è accademica perché cambia il modo di somministrare la terapia. Nella proctite l'infiammazione è limitata al retto ed è la forma più frequente all'esordio; nella colite sinistra arriva fino alla parte alta del colon discendente; nella pancolite coinvolge tutto il grosso intestino. La malattia esordisce tipicamente tra i 20 e i 40 anni, con un secondo picco dopo i sessanta. Le cause non sono note: si ritiene che su una predisposizione genetica si innestino un'alterazione del microbiota e una risposta immunitaria che perde la tolleranza verso i batteri normalmente presenti nel colon.

In che cosa si distingue dal morbo di Crohn

Le due malattie vengono spesso nominate insieme, ma nella pratica i tratti che le separano sono netti. La colite ulcerosa comincia dal retto, si estende in modo continuo e non esce mai dal grosso intestino; il morbo di Crohn può comparire in qualunque punto dell'apparato digerente e lascia isole di mucosa sana tra un tratto malato e l'altro. Cambia anche il sintomo di apertura: qui il sangue nelle feci è quasi la regola, là dominano il dolore addominale e il calo di peso. Cambia soprattutto il significato della chirurgia: asportare colon e retto elimina la sede della colite ulcerosa, mentre nel Crohn l'intervento risolve un problema locale ma la malattia può ripresentarsi altrove. Perfino il fumo si comporta in modo opposto: fattore di rischio accertato nel Crohn, nella colite ulcerosa sembra avere un effetto protettivo. Il che non è mai un buon motivo per riprendere.

I sintomi e l'andamento a ondate

Il quadro tipico è una diarrea con sangue e muco, che nelle forme più attive si ripete molte volte al giorno e sveglia anche di notte. La accompagnano due sintomi molto caratteristici, legati all'infiammazione del retto: il tenesmo, lo stimolo continuo e doloroso a evacuare pur avendo appena evacuato, e l'urgenza, la sensazione di non riuscire a trattenersi. Nella proctite, in cui il tratto infiammato è breve, può esserci paradossalmente stitichezza con perdite di sangue, e il disturbo viene facilmente scambiato per emorroidi: un errore da evitare, perché il sangue rosso vivo merita sempre una valutazione medica.

Quando la malattia è più estesa compaiono crampi addominali che si attenuano dopo l'evacuazione, febbre, calo di peso, stanchezza e anemia. Una parte dei pazienti presenta manifestazioni fuori dall'intestino: dolori articolari, lesioni cutanee e infiammazioni dell'occhio. Tra i fattori che possono far riaccendere l'infiammazione ci sono le infezioni intestinali, gli antinfiammatori non steroidei e, molto banalmente, l'interruzione della terapia di mantenimento quando ci si sente guariti.

Le forme gravi e le complicanze

La maggior parte degli episodi si gestisce a casa, ma alcune situazioni richiedono il ricovero. La colite acuta grave si riconosce da un numero elevato di scariche con sangue associato a febbre, tachicardia, anemia e indici di infiammazione alti, e va trattata in ospedale con terapia endovenosa. Una complicanza rara ma temibile è il megacolon tossico, in cui il colon si dilata e perde la capacità di contrarsi con rischio di perforazione: addome disteso e dolente, febbre alta e peggioramento rapido impongono un intervento immediato. Più comuni, e meno drammatiche, sono l'anemia da carenza di ferro e la riduzione della densità ossea.

Gli esami che portano alla diagnosi

Il percorso comincia da sangue e feci: emocromo, indici di infiammazione, ferritina e soprattutto la calprotectina fecale, che segnala la presenza di infiammazione intestinale e la distingue da un disturbo funzionale. Le coprocolture servono a escludere un'infezione, che può sia simulare la malattia sia scatenarne una riacutizzazione. L'esame che dà la risposta è la colonscopia con biopsie: lo specialista osserva una mucosa arrossata, granulosa, che sanguina al contatto e, nelle forme attive, ulcere; il passaggio dalla zona malata a quella sana è netto e la distribuzione parte sempre dal retto. Nel seguito ecografia intestinale e calprotectina permettono di monitorare l'attività senza ripetere di continuo l'endoscopia.

Le terapie: spegnere la fiammata, poi mantenere la calma

La cura si muove su due binari distinti, uno per chiudere la fase acuta e uno per impedire che se ne apra un'altra: confonderli è l'errore più comune. Nelle forme lievi e moderate il farmaco di riferimento resta la mesalazina, che agisce localmente sulla mucosa. Quando l'infiammazione è limitata al retto o al colon sinistro le formulazioni topiche, supposte o clismi, arrivano dove serve e spesso funzionano meglio delle compresse; nelle forme estese si combinano la via orale e quella rettale. Continuata nel tempo la mesalazina riduce le ricadute, e per questo va assunta con regolarità anche quando si sta bene.

I cortisonici, per bocca o per via endovenosa nelle forme severe, riportano rapidamente la situazione sotto controllo ma non devono diventare una terapia di fondo: se non si riesce a sospenderli senza ricadute, occorre cambiare strategia. Entrano allora in gioco gli immunosoppressori come le tiopurine, i farmaci biologici, che bloccano in modo mirato singoli meccanismi dell'infiammazione, e le small molecules per bocca, tra cui gli inibitori delle Janus chinasi. Le opzioni oggi sono numerose e consentono di cambiare rotta quando una linea perde efficacia; la scelta va fatta con il centro specialistico.

Quando si arriva alla chirurgia

L'intervento riguarda una minoranza di pazienti, sia in urgenza, per una colite grave che non risponde alle terapie, sia in elezione, quando i sintomi restano invalidanti nonostante i farmaci o quando le biopsie mostrano alterazioni preneoplastiche. Si asportano colon e retto e, nella soluzione più diffusa, si costruisce con l'ultimo tratto dell'intestino tenue un serbatoio collegato all'ano, la cosiddetta pouch ileo-anale, che consente di evacuare per via naturale; in alternativa si confeziona una ileostomia. La sede della malattia viene così rimossa, il che non significa che tutto torni come prima: le evacuazioni restano più numerose e la pouch può infiammarsi a sua volta.

Il lungo periodo: sorveglianza e vita quotidiana

Un colon infiammato per decenni ha una probabilità maggiore di sviluppare alterazioni cellulari chiamate displasia, che possono precedere un tumore del colon-retto. Il rischio non è uguale per tutti: cresce con l'estensione della malattia, con la durata e con la persistenza di infiammazione attiva. Per questo, indicativamente dopo otto o dieci anni dall'esordio dei sintomi nelle forme estese, si entra in un programma di sorveglianza con colonscopie periodiche e biopsie mirate, a intervalli decisi caso per caso. Tenere l'infiammazione spenta e non interrompere la terapia sono, oltre che il modo di stare meglio adesso, la miglior prevenzione.

Sull'alimentazione non c'è una dieta obbligata: nessun cibo causa la malattia e in remissione si mangia normale e vario. Durante una riacutizzazione molti tollerano meglio pasti piccoli e frequenti, poveri di fibre insolubili, ma sono aggiustamenti temporanei e personali, da concordare con il medico. Contatta il medico se compare sangue nelle feci, se la diarrea supera le quattro o sei settimane o se una fase acuta non migliora nei tempi previsti; rivolgiti al pronto soccorso in caso di febbre alta, addome gonfio e dolente o scariche con sangue molto numerose accompagnate da debolezza intensa.

Le informazioni contenute in questa guida hanno finalità divulgativa e non sostituiscono il parere del medico. Per la diagnosi e la terapia rivolgiti al tuo medico curante o a un centro specialistico.
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