Sindrome dell'intestino irritabile: sintomi e cure

Chi convive con la sindrome dell'intestino irritabile si sente ripetere spesso una frase che non consola: "gli esami sono tutti normali". Eppure il dolore, il gonfiore e le corse in bagno ci sono davvero. La medicina lo ha capito: l'intestino irritabile non è un disturbo immaginario né un problema di nervi, ma una malattia funzionale con meccanismi biologici precisi, che si può diagnosticare e trattare. Riguarda circa una persona su dieci nel mondo, più spesso le donne, e comincia di solito prima dei cinquant'anni.

Che cos'è la sindrome dell'intestino irritabile

Si parla di sindrome dell'intestino irritabile, abbreviata in IBS dall'inglese irritable bowel syndrome, quando il dolore addominale ricorrente si accompagna in modo stabile a un'alterazione dell'evacuazione, in assenza di lesioni visibili dell'intestino. Il vecchio nome "colite spastica" è fuorviante: non c'è nessuna infiammazione della parete del colon, come invece accade nelle vere coliti. Il problema non sta nella struttura dell'intestino, ma nel modo in cui funziona e in cui dialoga con il sistema nervoso.

La distinzione conta anche in pratica: l'intestino irritabile non provoca danni permanenti, non aumenta il rischio di tumore del colon e non evolve in una malattia infiammatoria cronica. Può però pesare moltissimo sulla vita quotidiana, e per questo merita di essere preso sul serio.

I criteri di Roma e i quattro sottotipi

La diagnosi si basa su criteri clinici condivisi a livello internazionale, i criteri di Roma, giunti alla quarta revisione. Richiedono un dolore addominale presente almeno un giorno alla settimana negli ultimi tre mesi, con disturbi iniziati da almeno sei mesi, associato ad almeno due di queste condizioni: il dolore è legato all'evacuazione, si accompagna a un cambiamento della frequenza delle scariche oppure della consistenza delle feci.

È questo legame fra dolore e alvo la firma della malattia: chi ne soffre racconta tipicamente che il dolore si attenua dopo essere andato in bagno e che il gonfiore cresce durante il giorno per poi ridursi nella notte. In base alla consistenza prevalente delle feci si distinguono quattro sottotipi: la forma con diarrea, quella con stitichezza, la forma mista o ad alvo alterno, in cui i due estremi si alternano, e una forma non classificabile. Il sottotipo orienta la terapia e può cambiare nel tempo nella stessa persona.

Perché l'intestino diventa irritabile

Non esiste una causa unica. Il primo meccanismo è l'ipersensibilità viscerale, cioè una soglia del dolore più bassa: la stessa quantità di gas che una persona non avverte affatto, in chi ha l'IBS diventa dolore vero e proprio. Il secondo è l'alterata motilità, con contrazioni intestinali troppo rapide in chi ha diarrea e troppo lente in chi ha stitichezza.

Si aggiunge l'alterazione dell'asse intestino-cervello, la fitta rete di fibre nervose e mediatori che collega il sistema nervoso centrale ai milioni di neuroni della parete intestinale: quando la comunicazione si disregola, i segnali provenienti dall'addome vengono amplificati e mal interpretati. Contano poi la composizione del microbiota e una lieve attivazione immunitaria della mucosa. In una quota non piccola di casi c'è un evento scatenante preciso, una gastroenterite dopo la quale i disturbi restano anche a infezione risolta: è la forma post-infettiva. Lo stress non è la causa della malattia, ma ne modula l'intensità e può innescare le riacutizzazioni.

Come si arriva alla diagnosi

Per anni l'IBS è stata considerata una diagnosi di esclusione. L'impostazione attuale è più equilibrata: nel paziente giovane, con sintomi tipici e senza segnali sospetti, la diagnosi si fa in positivo sulla base dei criteri clinici, con pochi esami mirati. Di solito bastano emocromo e indici di infiammazione, la sierologia per la celiachia, che può dare sintomi molto simili, e la calprotectina fecale, un marcatore che aiuta a distinguere un disturbo funzionale da un'infiammazione vera.

Esistono però situazioni in cui gli approfondimenti diventano indispensabili. Vanno segnalati subito al medico i segnali d'allarme: sangue nelle feci, perdita di peso non voluta, anemia, febbre persistente, diarrea che sveglia di notte, comparsa dei disturbi dopo i cinquant'anni e familiarità per tumore del colon o per malattie infiammatorie croniche. In questi casi la colonscopia serve a escludere il morbo di Crohn, la rettocolite ulcerosa e le neoplasie. Un'avvertenza: i test per le intolleranze venduti in farmacia o online, basati su anticorpi IgG o su misurazioni elettriche, non hanno alcun valore diagnostico.

La dieta a basso contenuto di FODMAP, spiegata bene

La sigla FODMAP indica un gruppo di carboidrati a catena corta poco assorbiti nell'intestino tenue, che richiamano acqua e vengono rapidamente fermentati dai batteri del colon producendo gas. Si trovano in alimenti comuni e per lo più sani: frumento, cipolla, aglio, legumi, latte e latticini freschi, mele, pere, pesche, ciliegie, anguria, dolcificanti che terminano in "olo" come sorbitolo e maltitolo. Ridurli abbassa il carico di fermentazione e in molti studi migliora dolore e gonfiore in circa due pazienti su tre.

Va però capito come si usa. Non è una dieta di eliminazione da mantenere per sempre, ma un percorso in tre fasi guidato da un dietista esperto: prima si riducono tutti i gruppi di FODMAP per due-sei settimane, e non oltre, per vedere se i sintomi rispondono; poi si reintroducono gli alimenti uno alla volta, per capire quali danno davvero fastidio e in quale quantità; infine si costruisce una dieta personalizzata, la più ampia possibile, che escluda solo ciò che è realmente mal tollerato. Prolungare la fase restrittiva impoverisce il microbiota, riduce l'apporto di fibre e calcio e favorisce un rapporto ansioso con il cibo.

Le terapie che controllano i sintomi

Non esiste un farmaco che guarisca l'intestino irritabile, ma esistono trattamenti efficaci sui singoli sintomi, da scegliere con il medico in base al sottotipo. Gli antispastici e l'olio di menta piperita in capsule gastroresistenti agiscono sul dolore e sui crampi. Nella forma con diarrea si usano farmaci che rallentano il transito e, in casi selezionati, antibiotici non assorbibili prescritti dallo specialista. Nella forma con stitichezza si punta sulle fibre solubili, in particolare lo psillio, aumentate molto gradualmente per non peggiorare il gonfiore, e su lassativi osmotici.

Gli antidepressivi triciclici a basso dosaggio e alcuni inibitori della ricaptazione della serotonina vengono impiegati non per l'umore ma come modulatori del dolore viscerale. Quanto ai probiotici, le prove sono favorevoli ma disomogenee, perché l'effetto dipende dal ceppo e dalla persona: vale la pena provarne uno per almeno quattro settimane e sospenderlo se non cambia nulla. Nessun farmaco va assunto di iniziativa per lunghi periodi.

Stress, mente e intestino

Poiché l'asse intestino-cervello è al centro del disturbo, gli interventi psicologici hanno un'efficacia documentata paragonabile a quella dei farmaci e più duratura. La terapia cognitivo-comportamentale aiuta a interrompere il circolo vizioso fra ansia anticipatoria, attenzione ai sintomi e amplificazione del dolore; l'ipnoterapia mirata all'intestino, sviluppata proprio per l'IBS, ha dato buoni risultati negli studi clinici. Contano poi più di quanto si creda la regolarità dei pasti, il mangiare lentamente, l'attività fisica moderata e costante, che migliora il transito e la percezione del gonfiore, e la qualità del sonno.

Quando rivolgersi al medico

Vale la pena parlarne quando il dolore si ripete per settimane, quando l'alvo cambia in modo stabile o quando i disturbi condizionano la vita quotidiana; è invece urgente farsi visitare in presenza di sangue nelle feci, calo di peso, febbre o dolore che peggiora progressivamente. Per molti pazienti una diagnosi chiara è già metà della cura: sapere che non si tratta di una malattia grave riduce l'ansia che alimenta i sintomi e permette di costruire un percorso realistico.

Le informazioni contenute in questa guida hanno finalità divulgativa e non sostituiscono il parere del medico. Per la diagnosi e la terapia rivolgiti al tuo medico curante o a un centro specialistico.
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