Cisti renali: quando preoccuparsi e quando no

Le cisti renali sono formazioni a contenuto liquido che si sviluppano nel rene. Sono estremamente comuni: la loro frequenza aumenta con l'età e dopo i cinquant'anni una quota molto rilevante della popolazione ne ha almeno una, quasi sempre senza saperlo. Contrariamente a quanto si legge talvolta, la cisti semplice non è un tumore: è una piccola sacca piena di liquido, priva di cellule anomale, che nella grande maggioranza dei casi non richiede alcuna terapia.

Vengono scoperte quasi sempre per caso, durante un'ecografia eseguita per altri motivi o come controllo di routine, perché le cisti isolate e di dimensioni ridotte non danno sintomi. Quando compaiono disturbi, questi dipendono soprattutto dalle dimensioni e dalla posizione della formazione: si distinguono in proposito cisti corticali, midollari e cortico-midollari, che a loro volta possono essere unilaterali o bilaterali.

Che aspetto hanno e come si formano

Le cisti assumono la forma di strutture cave dette sierose, poiché contengono un liquido che per consistenza e colore assomiglia all'urina; possono comparire tracce di sangue al loro interno qualora uno dei piccoli vasi che le irrorano si rompa. Queste estroflessioni sacciformi hanno dimensioni molto variabili, da pochi millimetri a diversi centimetri, e nella maggior parte dei casi originano dalla sostanza corticale del rene, sollevandone la capsula ed estendendosi verso la superficie dell'organo.

Il meccanismo esatto di formazione non è stato ancora del tutto chiarito, ma è ormai accertato che sia il tessuto epiteliale che riveste la cisti sia il liquido contenuto al suo interno sono del tutto analoghi alle rispettive strutture di provenienza del rene. Il fattore predisponente di gran lunga più importante è l'età: le cisti semplici sono in larga misura un fenomeno legato all'invecchiamento del tessuto renale, un po' come i capelli bianchi. Nelle forme ereditarie, invece, il fattore genetico è determinante.

Le cisti semplici: quasi sempre nulla da fare

Nella maggior parte delle situazioni si è di fronte a cisti isolate, di dimensioni non rilevanti, che restano a lungo silenti e asintomatiche. In questi casi non si sottopone il paziente ad alcun tipo di cura, e spesso non è necessario nemmeno ripetere controlli: se l'ecografia mostra una cisti dai caratteri tipicamente benigni, con parete sottile, contenuto perfettamente liquido e assenza di setti o di parti solide, la questione si chiude lì. Una cisti semplice non degenera in tumore e non compromette la funzione dei reni.

Il controllo periodico, con ecografie a intervalli stabiliti dal medico, viene invece proposto quando la formazione presenta qualche caratteristica meno tipica, per verificare che non si ingrandisca, non si moltiplichi e non subisca modificazioni della struttura interna.

Cisti atipiche e classificazione di Bosniak

Accanto alle cisti semplici, che sono le più diffuse, esistono le cisti dette atipiche o complicate, caratterizzate dalla presenza di setti interni, di calcificazioni, di contenuto denso o di aree che assorbono il mezzo di contrasto. Per ordinare questi casi i radiologi utilizzano la classificazione di Bosniak, che raggruppa le formazioni cistiche in categorie di rischio crescente sulla base dell'aspetto alla TAC o alla risonanza magnetica: le categorie più basse corrispondono a lesioni benigne che non richiedono nulla, quelle intermedie a lesioni da tenere sotto osservazione, quelle più alte a lesioni con una probabilità significativa di essere neoplastiche e da trattare chirurgicamente.

La medicina distingue inoltre altre categorie meno frequenti: le cisti associate ad altre patologie, come la malattia cistica acquisita di chi è in dialisi da molti anni o la sclerosi tuberosa, le cisti midollari, quelle del seno renale, quelle multiloculari e il rene multicistico displasico. Ognuna di queste tipologie richiede una valutazione specifica da parte dello specialista.

La malattia policistica: un capitolo a parte

È importante non confondere le cisti semplici con la malattia policistica renale, che è una condizione del tutto diversa. Qui non si tratta di una o due formazioni isolate, ma di una malattia genetica in cui entrambi i reni sviluppano nel tempo un numero elevatissimo di cisti, aumentano di volume e vedono ridursi progressivamente il tessuto funzionante.

La forma più comune è la malattia policistica autosomica dominante, che si manifesta in genere nell'età adulta e si trasmette da un genitore ai figli con una probabilità del cinquanta per cento a ogni gravidanza. Può associarsi a ipertensione arteriosa, dolore lombare, ematuria, infezioni urinarie ricorrenti, calcoli e cisti anche in altri organi, in particolare nel fegato. Nel corso degli anni può condurre a insufficienza renale cronica e in una parte dei casi rende necessaria la dialisi o il trapianto. Esiste anche una forma autosomica recessiva, molto più rara, detta infantile perché si manifesta già nei primi anni di vita.

Chi ha una malattia policistica accertata, o un familiare di primo grado che ne è affetto, deve essere seguito con regolarità dal nefrologo: il controllo della pressione arteriosa e la sorveglianza della funzione renale sono in questo caso decisivi.

Gli esami per chiarire la natura della cisti

Prima di qualsiasi trattamento il passo basilare è accertare la natura della formazione, per escludere una neoplasia. L'ecografia addominale è il primo esame e nella grande maggioranza dei casi è sufficiente da sola a documentare il contenuto puramente liquido, tipico della cisti semplice. Qualora sussistano dubbi si ricorre a indagini più mirate, come la TAC con mezzo di contrasto o la risonanza magnetica, che permettono di valutare setti, pareti e presenza di tessuto vascolarizzato. In casi selezionati può rendersi necessario un prelievo di tessuto o di liquido mediante puntura ecoguidata, e solo in situazioni rare di persistente incertezza si arriva all'intervento chirurgico a scopo diagnostico.

Quando si interviene

Il trattamento si prende in considerazione quando la cisti dà sintomi fastidiosi, come dolore o senso di peso lombare, gonfiore addominale, ipertensione o ematuria, quando raggiunge dimensioni tali da comprimere le strutture vicine, quando si infetta oppure quando l'aspetto radiologico non consente di escludere una lesione maligna.

Le opzioni comprendono l'aspirazione del contenuto per via percutanea, eventualmente seguita dall'introduzione di un agente sclerosante all'interno della cavità della cisti per ridurre il rischio che si riformi, e l'asportazione chirurgica del tetto della cisti, che viene eseguita preferibilmente in laparoscopia. Ove possibile si riduce ulteriormente il grado di invasività con un accesso retroperitoneoscopico, che richiede solo tre o quattro piccole incisioni cutanee. La scelta della tecnica spetta allo specialista e dipende dalle caratteristiche della cisti e dalle condizioni generali del paziente.

Le informazioni contenute in questa guida hanno finalità divulgativa e non sostituiscono il parere del medico. Per la diagnosi e la terapia rivolgiti al tuo medico curante o a un nefrologo.

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