Jung, la coscienza, l'inconscio e il buddismo tantrico
di Nicolina Leone - Il rapporto fra Carl Gustav Jung (1875-1961) e le tradizioni religiose orientali è uno dei capitoli più suggestivi e più fraintesi della storia della psicologia. Proviamo a raccontarlo per quello che è: un incontro intellettuale affascinante, ricco di intuizioni, che appartiene alla storia delle idee e non all'elenco delle scoperte scientifiche.
La rottura con Freud e gli anni del confronto con l'inconscio
Il legame fra Jung e Sigmund Freud, intenso e per qualche anno quasi filiale, si spezza fra il 1912 e il 1913. Le ragioni sono insieme teoriche e personali: Jung non accetta il ruolo centrale che Freud assegna alla sessualità nella vita psichica e propone una nozione di libido intesa come energia psichica generale.
La separazione lo prova a lungo, sul piano emotivo e anche fisico. Jung stesso descrive gli anni successivi come un periodo di crisi profonda, che tuttavia diventa il suo laboratorio: annota sogni, immagini e fantasie in quaderni che confluiranno nel Libro Rosso, pubblicato soltanto nel 2009. Da quel materiale nascono i concetti che daranno forma alla psicologia analitica.
Su come Freud e Jung si erano conosciuti puoi leggere la pagina dedicata all'incontro fra i due studiosi.
Coscienza, Io e Sé nel modello di Jung
Nel linguaggio junghiano la coscienza è la parte della vita psichica di cui ci accorgiamo, ed è molto più limitata di quanto crediamo. Al suo centro sta l'Io, cioè il senso di identità quotidiano. Attorno e sotto si estende l'inconscio: quello personale, fatto di contenuti rimossi o semplicemente dimenticati, e quello che Jung chiama collettivo.
Il Sé, scritto con la maiuscola, indica in Jung qualcosa di diverso dall'Io: è il principio di totalità della personalità, il punto verso cui tende il processo di individuazione, cioè il cammino con cui una persona diventa progressivamente ciò che è, integrando anche le parti di sé che rifiuta - quella che Jung chiama Ombra.
È importante essere chiari su un punto. Inconscio collettivo, archetipi, Sé e Ombra non sono entità osservabili né fatti dimostrati: sono costrutti teorici, cioè strumenti concettuali che Jung ha costruito per ordinare il materiale clinico, i miti e i sogni che raccoglieva. Sono definiti in modo difficile da tradurre in previsioni verificabili, e per questo la psicologia accademica li considera ipotesi interpretative più che risultati scientifici. Restano interessanti come chiave di lettura culturale; non vanno presentati come descrizioni accertate del funzionamento del cervello.
Archetipi e inconscio collettivo: che cosa intendeva
Con archetipi Jung non intendeva immagini già pronte trasmesse per via ereditaria, ma - nelle sue formulazioni più caute - disposizioni a organizzare l'esperienza secondo schemi ricorrenti, che si riempirebbero di contenuti diversi a seconda della cultura. L'osservazione da cui parte è reale e verificabile: miti, fiabe e riti di popoli molto lontani fra loro presentano somiglianze notevoli. La spiegazione che ne dà, invece, non è l'unica possibile: gran parte degli studiosi la riconduce oggi a condizioni umane comuni, come la nascita, la paura del buio o la morte, e alla circolazione di storie attraverso i contatti fra culture.
Va inoltre ricordato, per onestà storica, che alcuni scritti di Jung degli anni Trenta su presunte differenze psichiche fra popoli, e la sua posizione in seno alla società internazionale di psicoterapia in quegli anni, sono oggetto di critiche severe e di un dibattito tuttora aperto. Nessuna ricerca contemporanea sostiene l'esistenza di strutture psichiche specifiche di questo o quel gruppo etnico.
Come Jung incontrò il buddismo
L'interesse di Jung per l'Oriente cresce a partire dagli anni Venti, soprattutto grazie al sinologo Richard Wilhelm, con cui collabora al commento del Segreto del Fiore d'Oro (1929). Seguono un seminario dedicato allo yoga kundalini (1932), il commento psicologico al Bardo Thodol, il cosiddetto Libro tibetano dei morti (1935), e un viaggio in India nel 1938.
Il suo approccio è dichiaratamente psicologico, non religioso: Jung legge quei testi come descrizioni simboliche di processi interiori. È un'operazione legittima, ma non neutra, e gli studiosi delle religioni asiatiche l'hanno spesso criticata, perché tende a tradurre in categorie occidentali dottrine che hanno una logica propria.
L'alaya-vijnana e il confronto con l'inconscio
Il concetto che più colpì Jung è l'alaya-vijnana, la "coscienza-deposito". Attenzione, però: non appartiene in origine al tantra, ma alla scuola mahayana Yogacara, sviluppata in India intorno al IV secolo e poi ripresa dalle tradizioni tibetane e dell'Asia orientale.
Secondo lo Yogacara la mente si articola in otto coscienze: le cinque dei sensi (vista, udito, olfatto, gusto, tatto), la coscienza mentale che le coordina, una coscienza "afflitta" che genera l'illusione di un io separato e, alla base, l'alaya-vijnana, che conserva le tracce delle azioni passate e da cui i fenomeni riemergono.
La somiglianza con l'idea di un fondo psichico che sostiene la coscienza è evidente, e Jung la colse subito. Le differenze, però, sono altrettanto sostanziali e vanno dette. L'alaya-vijnana è individuale, non collettiva nel senso junghiano. Il buddismo sostiene l'anatta, cioè l'assenza di un sé sostanziale e permanente, mentre il Sé di Jung è un centro di totalità da realizzare: due direzioni quasi opposte. E lo scopo delle pratiche buddiste non è l'equilibrio psicologico ma la liberazione dal ciclo delle rinascite, un obiettivo che appartiene a un orizzonte religioso, non terapeutico.
Anche l'affermazione che nell'inconscio "le differenze fra i popoli non esistono" va maneggiata con cautela: era una convinzione di Jung, non un dato di ricerca. Che tutti gli esseri umani condividano bisogni ed emozioni di fondo è ragionevole e ampiamente accettato; che esista un serbatoio psichico comune a tutta l'umanità è un'ipotesi che nessuno ha finora potuto verificare.
L'avvertimento di Jung agli occidentali
Vale la pena ricordare una cosa che spesso viene taciuta da chi cita Jung in chiave esoterica: lui stesso mise ripetutamente in guardia gli europei dall'adottare in modo superficiale pratiche nate in altri contesti. Sosteneva che quei metodi erano cresciuti dentro tradizioni millenarie e che imitarli senza il loro sfondo culturale rischiava di produrre confusione anziché equilibrio. Un consiglio che, a distanza di quasi un secolo, non ha perso attualità.
La psicoterapia junghiana oggi
L'analisi junghiana continua a essere praticata, con una formazione strutturata e associazioni professionali riconosciute. Il suo obiettivo dichiarato è aiutare la persona a rientrare in contatto con parti di sé rimaste in ombra e a ritrovare un equilibrio, attraverso il lavoro sui sogni, sulle immagini e sulla relazione con l'analista.
Sul piano dell'efficacia, la situazione è questa: le psicoterapie di orientamento psicodinamico, famiglia a cui l'approccio junghiano appartiene, dispongono di studi che ne indicano un beneficio, ma le ricerche specificamente dedicate all'analisi junghiana sono poche e metodologicamente limitate. Per diversi disturbi - per esempio i disturbi d'ansia o la depressione - le linee guida indicano oggi come prima scelta altri trattamenti, meglio studiati. Non significa che un percorso junghiano non possa essere utile a una persona, ma è corretto sapere che il suo valore documentato non è equiparabile a quello dei trattamenti più validati.
Se stai valutando un percorso psicologico, il criterio più utile non è l'etichetta della scuola, ma il fatto che il professionista sia regolarmente iscritto all'albo degli psicologi e, per la psicoterapia, abiliti alla relativa specializzazione. Su questo puoi leggere la pagina dedicata a chi è e che cosa fa lo psicologo.
Per approfondire
Sulla storia della psicologia e sui suoi protagonisti trovi anche l'intervista al dottor Freud, la pagina sull'elementarismo di Wilhelm Wundt e quella su Roberto Assagioli e la psicosintesi.
Le informazioni contenute in questa pagina hanno finalità divulgativa e storica e non sostituiscono il parere di un professionista. Se stai attraversando una difficoltà psicologica, rivolgiti a uno psicologo o al tuo medico di famiglia.
