Epatite E: contagio, sintomi, rischi e prevenzione
Per molti anni l'epatite E è stata considerata una malattia dei viaggiatori, qualcosa che si prendeva bevendo acqua non sicura in India o in Africa. Poi si è scoperto che circola anche da noi, e che arriva soprattutto dal piatto: salsicce di maiale poco cotte, fegato crudo, carne di cinghiale al sangue. Oggi in Europa è la causa più frequente di epatite virale acuta trasmessa per via alimentare. Nella grande maggioranza dei casi guarisce da sola senza lasciare traccia, ma in alcune situazioni specifiche va presa molto sul serio.
I genotipi 1 e 2 infettano solo l'uomo e si trasmettono per via oro-fecale, cioè attraverso acqua e alimenti contaminati da materiale fecale. Sono quelli responsabili delle grandi epidemie che si verificano in Asia meridionale, in Medio Oriente, in Africa e in America centrale, tipicamente dopo alluvioni o in campi profughi, dove le reti idriche e gli scarichi fognari si mescolano. Qui l'epatite E è una malattia dell'acqua sporca, esattamente come il colera o l'epatite A.
I genotipi 3 e 4 sono invece zoonotici: il loro serbatoio naturale è il maiale, e con esso il cinghiale, il cervo e il capriolo. Gli animali non si ammalano ma ospitano il virus, che si concentra soprattutto nel fegato. In Europa, Italia compresa, l'infezione umana avviene quasi sempre per questa strada, mangiando carne di suino o di selvaggina non sufficientemente cotta, insaccati crudi o poco stagionati e in particolare fegato di maiale, che è l'alimento più frequentemente implicato nelle indagini epidemiologiche. Si tratta di infezioni sporadiche, non epidemiche, e chi si ammala spesso non ha mai messo piede fuori dai confini nazionali. Più raramente il virus può trasmettersi con il sangue trasfuso o con il contatto diretto con animali infetti, situazione che riguarda soprattutto allevatori, veterinari e macellatori.
Quando invece la malattia si manifesta, il quadro è quello classico dell'epatite acuta e assomiglia molto a quello dell'epatite A. Compaiono per prime la stanchezza intensa, la perdita di appetito, la nausea, a volte il vomito, un fastidio o un dolore sordo sotto le costole a destra e febbre non elevata. Dopo qualche giorno possono comparire le urine di colore scuro, le feci più chiare del solito e l'ittero, cioè il colorito giallastro della pelle e della parte bianca degli occhi, spesso accompagnato da prurito diffuso. La fase acuta dura da una a sei settimane e si risolve spontaneamente: gli esami del fegato tornano normali e non resta alcun danno permanente.
Esiste tuttavia una minoranza di casi in cui l'infiammazione è così violenta da compromettere rapidamente la funzione del fegato, la cosiddetta epatite fulminante. Riguarda soprattutto le persone che hanno già una malattia epatica cronica alle spalle, come una cirrosi o un fegato grasso avanzato, e gli anziani, ed è una condizione che richiede il ricovero immediato.
Le ragioni di questa gravità non sono del tutto chiarite e chiamano in causa le modifiche dell'assetto ormonale e immunitario tipiche della gestazione. È importante però mettere il dato nella giusta prospettiva: questo rischio così alto è documentato per i genotipi 1 e 2, quelli che circolano nelle aree con scarse condizioni igieniche, mentre le infezioni da genotipo 3 acquisite in Europa non sembrano comportarsi allo stesso modo. La conseguenza pratica è chiara: chi è incinta dovrebbe evitare i viaggi verso le zone dove l'epatite E è endemica e, se il viaggio è inevitabile, adottare le massime precauzioni con acqua e alimenti.
In questi casi il virus resta rilevabile nel sangue oltre i tre-sei mesi e l'infiammazione continua silenziosamente, potendo portare a fibrosi e cirrosi in tempi sorprendentemente brevi, anche nel giro di due o tre anni. La prima mossa terapeutica, quando è possibile, consiste nel ridurre la terapia immunosoppressiva per permettere all'organismo di reagire; se non basta, lo specialista può ricorrere a un antivirale, e in questo ambito la ribavirina si è dimostrata efficace in buona parte dei pazienti trattati. Sono decisioni delicate, che spettano al centro trapianti o all'infettivologo.
Per la forma acuta comune non serve alcun trattamento specifico: bastano il riposo, un'alimentazione leggera, l'idratazione, l'astensione completa dall'alcol e la sospensione, concordata con il medico, dei farmaci che affaticano il fegato.
La regola fondamentale è cuocere completamente carne di maiale, di cinghiale e di cervo e i loro derivati, portando tutte le parti dell'alimento a una temperatura sufficiente e verificando che al centro non resti carne rosata: il virus viene inattivato da una cottura accurata, mentre sopravvive alla salagione, all'affumicatura e alle brevi stagionature. Il fegato di suino e le preparazioni che lo contengono, come alcune salsicce fresche e certi patè, non vanno mai consumati crudi o appena scottati. Vale poi tutto ciò che riguarda l'igiene in cucina: lavarsi le mani dopo aver manipolato carne cruda, non usare gli stessi taglieri e coltelli per il crudo e per il cotto, conservare separatamente le carni fresche.
Chi viaggia in Paesi con condizioni igienico-sanitarie precarie dovrebbe bere solo acqua imbottigliata e sigillata, rinunciare al ghiaccio, evitare frutta e verdura crude che non possano essere sbucciate personalmente e diffidare del cibo venduto per strada. Queste precauzioni valgono per chiunque, ma diventano irrinunciabili per le donne in gravidanza, per le persone immunodepresse e per chi ha già una malattia cronica del fegato. In caso di ittero, urine scure o stanchezza inspiegabile nelle settimane successive a un viaggio o a un pasto sospetto, conviene parlarne con il medico e non aspettare che passi da sé.
Le informazioni contenute in questa guida hanno finalità divulgativa e non sostituiscono il parere del medico. Per la diagnosi e la terapia rivolgiti al tuo medico curante o a un centro specialistico.
Ecco alcuni approfondimenti sulle diverse tipologie di epatite: Epatite a - Epatite b - Epatite c - Epatite d - Epatite e
Un virus, due malattie diverse
Il responsabile è il virus HEV, un piccolo virus a RNA che esiste in diversi genotipi. La distinzione fra questi genotipi non è un dettaglio da specialisti: cambia il modo in cui ci si ammala, il luogo in cui si contrae l'infezione e persino il decorso.I genotipi 1 e 2 infettano solo l'uomo e si trasmettono per via oro-fecale, cioè attraverso acqua e alimenti contaminati da materiale fecale. Sono quelli responsabili delle grandi epidemie che si verificano in Asia meridionale, in Medio Oriente, in Africa e in America centrale, tipicamente dopo alluvioni o in campi profughi, dove le reti idriche e gli scarichi fognari si mescolano. Qui l'epatite E è una malattia dell'acqua sporca, esattamente come il colera o l'epatite A.
I genotipi 3 e 4 sono invece zoonotici: il loro serbatoio naturale è il maiale, e con esso il cinghiale, il cervo e il capriolo. Gli animali non si ammalano ma ospitano il virus, che si concentra soprattutto nel fegato. In Europa, Italia compresa, l'infezione umana avviene quasi sempre per questa strada, mangiando carne di suino o di selvaggina non sufficientemente cotta, insaccati crudi o poco stagionati e in particolare fegato di maiale, che è l'alimento più frequentemente implicato nelle indagini epidemiologiche. Si tratta di infezioni sporadiche, non epidemiche, e chi si ammala spesso non ha mai messo piede fuori dai confini nazionali. Più raramente il virus può trasmettersi con il sangue trasfuso o con il contatto diretto con animali infetti, situazione che riguarda soprattutto allevatori, veterinari e macellatori.
I sintomi e il decorso abituale
Il periodo di incubazione è lungo, in genere fra le due e le sei settimane, e questo rende difficile ricostruire a posteriori quale pasto sia stato la causa. Nella maggior parte dei casi l'infezione decorre in modo del tutto silenzioso e la persona non si accorge di nulla: molti adulti sani scoprono di aver avuto l'epatite E solo perché, anni dopo, un esame trova gli anticorpi nel sangue.Quando invece la malattia si manifesta, il quadro è quello classico dell'epatite acuta e assomiglia molto a quello dell'epatite A. Compaiono per prime la stanchezza intensa, la perdita di appetito, la nausea, a volte il vomito, un fastidio o un dolore sordo sotto le costole a destra e febbre non elevata. Dopo qualche giorno possono comparire le urine di colore scuro, le feci più chiare del solito e l'ittero, cioè il colorito giallastro della pelle e della parte bianca degli occhi, spesso accompagnato da prurito diffuso. La fase acuta dura da una a sei settimane e si risolve spontaneamente: gli esami del fegato tornano normali e non resta alcun danno permanente.
Esiste tuttavia una minoranza di casi in cui l'infiammazione è così violenta da compromettere rapidamente la funzione del fegato, la cosiddetta epatite fulminante. Riguarda soprattutto le persone che hanno già una malattia epatica cronica alle spalle, come una cirrosi o un fegato grasso avanzato, e gli anziani, ed è una condizione che richiede il ricovero immediato.
La gravidanza, il punto più delicato
È l'aspetto che rende l'epatite E diversa da tutte le altre. Nelle donne in gravidanza, e soprattutto nel terzo trimestre, l'infezione da genotipo 1 può assumere un andamento drammatico, con insufficienza epatica acuta, disturbi della coagulazione e una mortalità che negli studi condotti nelle aree endemiche raggiunge percentuali molto elevate, dell'ordine del venti per cento. Ai rischi per la madre si aggiungono quelli per il bambino: aborto, parto prematuro, morte del feto e trasmissione del virus al neonato.Le ragioni di questa gravità non sono del tutto chiarite e chiamano in causa le modifiche dell'assetto ormonale e immunitario tipiche della gestazione. È importante però mettere il dato nella giusta prospettiva: questo rischio così alto è documentato per i genotipi 1 e 2, quelli che circolano nelle aree con scarse condizioni igieniche, mentre le infezioni da genotipo 3 acquisite in Europa non sembrano comportarsi allo stesso modo. La conseguenza pratica è chiara: chi è incinta dovrebbe evitare i viaggi verso le zone dove l'epatite E è endemica e, se il viaggio è inevitabile, adottare le massime precauzioni con acqua e alimenti.
Quando l'infezione non se ne va
Per molto tempo si è ritenuto che l'epatite E non potesse cronicizzare. Oggi sappiamo che non è vero: nelle persone con difese immunitarie compromesse il genotipo 3 può stabilirsi in modo permanente nel fegato. Riguarda in particolare i pazienti che hanno ricevuto un trapianto d'organo e assumono farmaci antirigetto, le persone in trattamento chemioterapico o con terapie immunosoppressive per malattie autoimmuni ed ematologiche, e chi convive con un'infezione da HIV non controllata.In questi casi il virus resta rilevabile nel sangue oltre i tre-sei mesi e l'infiammazione continua silenziosamente, potendo portare a fibrosi e cirrosi in tempi sorprendentemente brevi, anche nel giro di due o tre anni. La prima mossa terapeutica, quando è possibile, consiste nel ridurre la terapia immunosoppressiva per permettere all'organismo di reagire; se non basta, lo specialista può ricorrere a un antivirale, e in questo ambito la ribavirina si è dimostrata efficace in buona parte dei pazienti trattati. Sono decisioni delicate, che spettano al centro trapianti o all'infettivologo.
Non solo fegato: le manifestazioni neurologiche
Un capitolo emerso solo di recente riguarda i disturbi che compaiono al di fuori del fegato. L'HEV è stato associato a quadri neurologici come la sindrome di Guillain-Barré, la nevralgia amiotrofica che provoca dolore e debolezza a spalla e braccio, le encefaliti e le meningoradicoliti. Sono eventi rari, ma possono presentarsi anche in assenza di segni evidenti di sofferenza epatica, tanto che in alcuni casi la ricerca del virus viene fatta proprio partendo dal sintomo neurologico. Sono state descritte anche complicanze renali ed ematologiche. Tutto questo ha contribuito a modificare la percezione dell'epatite E, da infezione banale a malattia sistemica che merita attenzione.Come si fa la diagnosi
Poiché i sintomi non hanno nulla di caratteristico, la diagnosi arriva solo se qualcuno pensa a questa possibilità. Si parte dagli esami del sangue, che mostrano un forte aumento delle transaminasi e spesso della bilirubina, e si prosegue con i test specifici: la ricerca degli anticorpi IgM anti-HEV, che indicano un'infezione recente, e delle IgG, che segnalano un contatto avvenuto in passato. La conferma si ottiene con la ricerca dell'HEV-RNA nel sangue o nelle feci, esame indispensabile nei pazienti immunodepressi, nei quali la risposta anticorpale può essere debole o del tutto assente e affidarsi ai soli anticorpi rischia di portare fuori strada.Per la forma acuta comune non serve alcun trattamento specifico: bastano il riposo, un'alimentazione leggera, l'idratazione, l'astensione completa dall'alcol e la sospensione, concordata con il medico, dei farmaci che affaticano il fegato.
La prevenzione comincia in cucina
Un vaccino contro l'epatite E esiste ed è utilizzato in Cina, ma non è autorizzato né disponibile in Europa. La protezione, quindi, dipende interamente dai comportamenti, e in Italia significa soprattutto attenzione a come si cucina la carne.La regola fondamentale è cuocere completamente carne di maiale, di cinghiale e di cervo e i loro derivati, portando tutte le parti dell'alimento a una temperatura sufficiente e verificando che al centro non resti carne rosata: il virus viene inattivato da una cottura accurata, mentre sopravvive alla salagione, all'affumicatura e alle brevi stagionature. Il fegato di suino e le preparazioni che lo contengono, come alcune salsicce fresche e certi patè, non vanno mai consumati crudi o appena scottati. Vale poi tutto ciò che riguarda l'igiene in cucina: lavarsi le mani dopo aver manipolato carne cruda, non usare gli stessi taglieri e coltelli per il crudo e per il cotto, conservare separatamente le carni fresche.
Chi viaggia in Paesi con condizioni igienico-sanitarie precarie dovrebbe bere solo acqua imbottigliata e sigillata, rinunciare al ghiaccio, evitare frutta e verdura crude che non possano essere sbucciate personalmente e diffidare del cibo venduto per strada. Queste precauzioni valgono per chiunque, ma diventano irrinunciabili per le donne in gravidanza, per le persone immunodepresse e per chi ha già una malattia cronica del fegato. In caso di ittero, urine scure o stanchezza inspiegabile nelle settimane successive a un viaggio o a un pasto sospetto, conviene parlarne con il medico e non aspettare che passi da sé.
Le informazioni contenute in questa guida hanno finalità divulgativa e non sostituiscono il parere del medico. Per la diagnosi e la terapia rivolgiti al tuo medico curante o a un centro specialistico.
Ecco alcuni approfondimenti sulle diverse tipologie di epatite: Epatite a - Epatite b - Epatite c - Epatite d - Epatite e
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