Ipertrofia prostatica

di Nicolina Leone - Fra le condizioni che riguardano la prostata, l'ipertrofia prostatica benigna (chiamata anche iperplasia prostatica benigna, in sigla IPB) è di gran lunga la più comune. È un ingrossamento della ghiandola che accompagna l'invecchiamento e che, nella maggior parte dei casi, si gestisce molto bene.

Che cos'è l'ipertrofia prostatica benigna

Con l'espressione ipertrofia prostatica benigna si indica l'aumento di volume della prostata dovuto alla moltiplicazione delle cellule che la compongono, in particolare nella porzione che circonda l'uretra.

Ingrossandosi, la ghiandola comprime il canale uretrale e costringe la vescica a lavorare di più per svuotarsi: nel tempo la parete vescicale si ispessisce e diventa più irritabile. Ecco perché i disturbi non dipendono soltanto dalle dimensioni della prostata, ma anche da come reagisce la vescica. Non è raro che prostate molto grandi diano pochi sintomi e prostate modeste ne diano molti.

Non è un tumore e non lo diventa

È il punto più importante da chiarire, perché genera moltissima ansia. L'ipertrofia prostatica benigna non è un tumore e non è una condizione precancerosa: non si trasforma in carcinoma della prostata e non aumenta il rischio di svilupparlo.

Le due condizioni sono distinte anche per sede: l'ipertrofia nasce nella zona centrale della ghiandola, attorno all'uretra, mentre il tumore origina in genere nella zona periferica. Possono coesistere nella stessa persona, semplicemente perché entrambe diventano più frequenti con l'età, ma l'una non causa l'altra. Proprio perché possono coesistere, gli accertamenti servono anche a distinguerle.

Quanto è frequente e da che cosa dipende

L'ipertrofia prostatica benigna è una condizione molto comune: le alterazioni della ghiandola si riscontrano in circa la metà degli uomini dopo i cinquant'anni e in oltre l'ottanta per cento dopo gli ottanta. Non tutti però sviluppano disturbi tali da richiedere una cura.

I due fattori determinanti sono l'età e la presenza di un normale assetto di ormoni maschili: il diidrotestosterone, derivato del testosterone, stimola la crescita della ghiandola per tutta la vita. Contano poi la familiarità, perché chi ha padre o fratelli affetti ha un rischio maggiore e a esordio più precoce, e alcune condizioni metaboliche come obesità, diabete e sindrome metabolica, che sembrano favorire la progressione dei sintomi. Non è invece una malattia causata dall'attività sessuale né dall'astinenza.

I sintomi: da svuotamento e da riempimento

I disturbi urinari dell'ipertrofia prostatica si dividono in due gruppi, ed è una distinzione utile perché orienta la terapia.

I sintomi da svuotamento (ostruttivi) compaiono durante la minzione e dipendono dall'ostacolo al deflusso: getto urinario debole e di calibro ridotto, esitazione, cioè attesa prima che l'urina cominci a uscire, minzione intermittente a più riprese, necessità di spingere con i muscoli addominali, gocciolamento terminale e sensazione di svuotamento incompleto.

I sintomi da riempimento (irritativi) si presentano invece mentre la vescica si riempie e riflettono la sua iperattività: bisogno di urinare frequente, urgenza improvvisa e difficile da rinviare, e nicturia, cioè risvegli notturni per urinare. Sono spesso i più fastidiosi per la qualità della vita e, non di rado, sono quelli che portano l'uomo dal medico.

Se l'ostacolo persiste possono comparire complicanze: ristagno di urina in vescica, infezioni urinarie ricorrenti, calcoli vescicali, sangue nelle urine e, nei casi più avanzati, ritenzione urinaria acuta, cioè l'impossibilità improvvisa di urinare, che è un'urgenza da trattare subito.

Come si arriva alla diagnosi

Ai primi disturbi conviene rivolgersi al proprio medico, che valuta la situazione e, se necessario, indirizza all'urologo. Lo specialista esegue l'esplorazione rettale, che permette di stimare volume e consistenza della ghiandola e di individuare aree sospette.

Gli accertamenti utili comprendono l'esame delle urine e l'urinocoltura, per escludere un'infezione; il dosaggio della creatinina per valutare la funzione renale; l'ecografia dell'apparato urinario, con misura del volume prostatico e del residuo post-minzionale; e l'uroflussometria, che registra velocità e forma del getto. Molto usati anche i questionari sui sintomi, che quantificano il disturbo e ne seguono l'andamento nel tempo.

Il PSA può essere richiesto, ma va interpretato con cautela: l'ipertrofia stessa lo fa salire, così come una prostatite, un'eiaculazione recente o un'attività fisica intensa. È un esame utile e non specifico allo stesso tempo, e la scelta di eseguirlo va condivisa con il medico dopo averne discusso insieme benefici e limiti.

Le terapie disponibili

Quando i sintomi sono lievi e non ci sono complicanze, la scelta più ragionevole è spesso la vigile attesa: controlli periodici e qualche accorgimento pratico, come ridurre i liquidi nelle ore serali, limitare alcol e caffeina, non trattenere a lungo l'urina e curare la stitichezza.

La terapia farmacologica si basa su due classi principali. Gli alfa-bloccanti rilassano la muscolatura del collo vescicale e della prostata e migliorano il flusso in pochi giorni. Gli inibitori della 5-alfa-reduttasi riducono nel tempo il volume della ghiandola, con un effetto che si apprezza dopo alcuni mesi; abbassano anche il valore del PSA, un dato che il medico deve conoscere per interpretarlo correttamente. Le due classi possono essere associate, e in casi selezionati si usano altri farmaci, per esempio antimuscarinici quando prevalgono i sintomi da riempimento. Diffusi anche i prodotti a base di Serenoa repens. Ogni terapia, compresi gli integratori, va decisa dal medico, che ne valuta indicazioni ed effetti indesiderati: alcuni farmaci possono causare cali di pressione o alterazioni dell'eiaculazione.

Quando serve l'intervento chirurgico

La chirurgia si prende in considerazione quando i sintomi restano invalidanti nonostante i farmaci, oppure in presenza di complicanze: ritenzione urinaria ripetuta, infezioni ricorrenti, calcoli vescicali, sanguinamenti o compromissione della funzione renale.

La tecnica di riferimento è la resezione transuretrale della prostata (TURP), eseguita per via endoscopica attraverso l'uretra, senza incisioni esterne: uno strumento chiamato resettore asporta a piccoli frammenti il tessuto in eccesso. Nelle ghiandole di volume contenuto si può ricorrere all'incisione transuretrale (TUIP), meno invasiva. Sempre più diffuse le tecniche laser, come l'enucleazione con laser a olmio e la vaporizzazione, particolarmente utili in chi assume farmaci anticoagulanti perché riducono il rischio di sanguinamento. Nelle prostate molto voluminose resta indicata l'adenomectomia, a cielo aperto o per via laparoscopica e robotica.

Il risultato funzionale è in genere ottimo. L'effetto indesiderato più frequente è l'eiaculazione retrograda, cioè il passaggio del liquido seminale in vescica: non è pericolosa e non compromette l'erezione, ma riduce la fertilità e va discussa prima dell'intervento. Termini e sigle di questa pagina sono spiegati nel glossario di urologia.

Le informazioni contenute in questa guida hanno finalità divulgativa e non sostituiscono il parere del medico. Per la diagnosi e la terapia rivolgiti al tuo medico curante o a uno specialista.

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